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Morire di solitudine, vivere di compagnia

Non serve citare il fatto di cronaca, non serve nominare la donna, il marito, il luogo, la modalità. Per rispetto. E anche perché, in fondo, non è una storia soltanto loro. È la storia di tanti. Troppi. È la storia di chi si trova a spegnere la luce nella propria stanza e anche dentro di sé, senza che nessuno si accorga che là, in quel buio, qualcosa – qualcuno – sta morendo.

Ho passato anni accanto a donne che avevano deciso di abortire. Donne che, più che giudicate, erano già state dimenticate. Inascoltate. Mi ricordo ogni lacrima, ogni silenzio, ogni sguardo sfuggente. Ma soprattutto mi ricordo le volte in cui la vita è tornata a vincere. E, sorprendentemente, non servivano grandi discorsi. Bastava esserci. Bastava scendere accanto a loro nel loro abisso, sedersi accanto e non lasciarle sole. Bastava tendere una mano, aiutarle a riaccendere quella fiammella tremolante che ancora ardeva sotto la cenere del dolore, della paura, della disperazione.
Bastava un abbraccio.

Nel mio libro Mi hanno accolto con un abbraccio, racconto di una madre e del suo bambino salvati a Viterbo proprio così: con un abbraccio. Un gesto semplice, silenzioso, ma carico di presenza, di compagnia. Di amore.
Perché si può anche cadere nell’abisso, ma se c’è qualcuno che ti aspetta giù, pronto a stringerti forte, si può risalire.

Ecco perché leggere oggi quelle dichiarazioni che circolano, in cui un marito – con rispetto, certo – si tira indietro nel momento decisivo, lascia sola la moglie nel suo dolore, nella sua scelta, nel suo ultimo gesto… mi fa tremare.
“Mi ha chiesto se volessi che rimanesse ancora un po’. Le ho detto di no.”
Di no.

In quelle due lettere c’è il gelo. C’è il contrario dell’abbraccio. C’è la rinuncia alla compagnia.
Come si fa a voler vivere ancora, se attorno a te nessuno ti chiede di restare?
Se nessuno ti stringe, se nessuno ti prega con gli occhi: “Aspetta, anche solo un giorno ancora”?
Se nessuno ti fa sentire che, nonostante tutto, sei ancora amata, voluta, attesa?

Nel mio libro L’Amico con la Elle maiuscola, racconto invece di due amici che si accompagnano alla morte senza lasciarsi mai, giorno dopo giorno, fino alla fine. Non si anticipano nulla, non forzano nulla. Semplicemente stanno. Insieme.
E così, anche il tempo diventa più sopportabile. Anche la morte, pur restando crudele, appare meno fredda.

Credo che il dramma più grande di questo tempo non sia la morte. Ma la solitudine.
Non è la malattia che uccide. È la mancanza di una voce che ti dica: “Resta”.
È l’assenza di qualcuno che abbia il coraggio e la tenerezza di piangere con te.
È il silenzio attorno a chi soffre, mentre la vita grida disperata da dentro.

Non è pietismo. Non è negazione del dolore. È solo una domanda:
quanto sarebbe diverso il mondo, se imparassimo di nuovo ad abbracciare?

Se lo facessimo per tempo, ogni giorno, prima che qualcuno ci chieda se vale la pena restare.
E noi, per paura o per freddezza, rispondessimo di no.

Vivere è difficile, certo. Ma vivere insieme, accompagnati, è ancora possibile.
E non dimentichiamolo mai: a volte basta davvero un abbraccio.

Leggi anche l’articolo di Alessandra Di Laora su “L’amico con la elle maiuscola”

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