cultura

Il chiodo storto – un racconto di Benedetta Bindi

Il caldo. Il frinire ipnotico delle cicale. Una domanda che torna, come un pensiero ossessivo che bussa alla porta della coscienza e poi fugge, solo per tornare più forte.

Come si sceglie tra la sicurezza e la verità del proprio desiderio?

La mia azienda mi paga bene. Sono assunto a tempo indeterminato da tre anni, un ruolo, una certa stabilità. Ma è una vita che si consuma in un rituale sempre uguale: accendere il computer, spegnerlo il venerdì con un respiro di sollievo. A fine mese: bollette, affitto, spesa, un concerto, una cena fuori, qualche risparmio per le vacanze.

È la vita che va. Ma non è la mia.

Poi, la telefonata di Giorgio.

La sua nuova società. Il suo invito a far parte del team.

Lì, dove potrei ritrovare la parte viva di me.

Mollare tutto?

Le mani sudano. Sono sul divano, è domenica. Non ho nemmeno voglia di andare al mare. Lunedì devo dargli una risposta.

Mi addormento dopo pranzo. E nel sogno ritorna lei: la maestra Mara Morgani.

I suoi occhi grandi, fissi su di me. Il suo rimprovero onnipresente. Ho sognato che aveva scritto sulla lavagna:

È una vite storta, Lorenzino!!!”

Le stesse parole che diceva a mia madre.

“Ci vorrebbe il filo di ferro per raddrizzarlo.”

Lei che rideva sguaiatamente con i suoi denti gialli, l’ombretto celeste, le scarpe a punta. Cinque anni di quella voce che cercava di correggermi.

Io desideravo solo tagliarle la punta delle scarpe.

Quella voce stridula che nel sogno mi diceva ancora:

“Stai dritto, guardami”

Ma non sono mai stato dritto. Mai docile.

E la verità è che la mia forza è sempre stata nel mio essere storto.

Giorgio lo sa. Non cerca un curriculum perfetto. Cerca uno capace di inventare.

Cerca me.

E allora? Lascio? Salto?

Prendo la foto sul comodino. Siamo noi: Giorgio, Flavio, Andrea e io. Dodici anni fa, su un muretto, con tutta la bellezza di Roma sullo sfondo e i nostri sogni negli occhi.

Ognuno piegato in una direzione diversa, come note dissonanti su uno spartito. Ma c’era armonia, anche in quella dissonanza.

Mi volto.

Guardo la foto con la cornice rossa, appesa al centro del salotto: io in bici, cinque anni. Nonna Alberta, seduta in giardino con un vestito azzurro, che mi guarda.

Non penso ai miei.

Nemmeno a Camilla, la mia ex, che se n’è andata portandosi via una parte dei miei sogni. Ma non tutti.

Sento solo lo sguardo della nonna, qui, adesso, sopra di me, mentre fumo una sigaretta sul terrazzo e guardo il cielo, come se aspettassi un segno.

E mi ricordo.

Quel giorno, con la bici di mio fratello, troppo grande per me. Invece di fermarmi, invece di dirmi:

Stai attento, cadi,”come avrebbe fatto mia madre se mi avesse visto, lei mi ha detto solo:

“Vai.”

Quel “vai” è la voce più antica del mio desiderio.

E io, oggi come allora, barcollo un po’. Ma poi, come allora, quando trovo l’equilibrio, vado.

Vado, nonna. Vado.”

Oggi come allora, prenderò il rischio, come mi hai insegnato tu.

Avvicino il cellulare all’orecchio.

Non è ancora lunedì.

Ma voglio anticipare la paura.

Chiudergli la porta in faccia.

E con lei, chiudere anche la voce della maestra.

Ciao Giorgio…..”

Man on a balcony, looking over the city.

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