cultura

La cura – un racconto di Benedetta Bindi

L’amore è attenzione. — Susanna Tamaro

Zoppicando leggermente, Veronica ha varcato la soglia del mio studio. L’ho notata subito: una microfrattura al mignolo sinistro, visibilmente gonfio. Ma ho capito immediatamente che non era per questo che era venuta da me.

Quel giorno l’aria era densa e calda, come se il tempo stesso volesse attaccarsi alla pelle. L’umidità rendeva il respiro più faticoso. Nella sala d’aspetto, all’epoca priva di aria condizionata, l’unico sollievo era una vecchia pala a soffitto che girava con ostinazione, producendo un ticchettio regolare — ipnotico, come il canto delle cicale d’agosto.

Le pareti erano tinte di verde. L’avevo scelto io: è un colore che infonde quiete, una dichiarazione silenziosa che invita a sciogliere le resistenze.

Veronica si è tolta i sandali, seguendo le istruzioni scritte in un piccolo quadretto incorniciato: Lasciatele fuori. Lo avevo appeso anni prima, spesso ignorato. Ma lei lo aveva letto. E mentre si chinava, ho notato il suo volto irrigidirsi: fitte alla schiena.

L’ho chiamata poco dopo. Le ho sorriso, come sempre faccio. Lei mi ha guardato quasi stupita — forse si aspettava un altro tipo d’uomo. Ho superato i cinquanta, e il mio corpo asciutto spesso ne dimostra dieci di meno. Sorprendo chi si aspetta un osteopata più adulto, più imponente.

Io non curo con la forza.

Uso il contatto.

Non “scrocchio” le ossa: accompagno il corpo verso la propria armonia.

Ci siamo presentati. Poi l’ho guidata nella stanza di trattamento. Al centro, il mio lettino in pelle celeste. Alle pareti: due attestati di studio, un bacino con colonna vertebrale stampati in tre D, e una fotografia incorniciata del mare.

Regalo di mia madre, quando ho aperto lo studio.

Appena entrata, Veronica ha rotto il ghiaccio.

«Sono venuta da lei su consiglio della mia amica, Anita Vineti.»

«Ah, una delle mie prime pazienti,» ho risposto, sorridendole.

Lei ha proseguito:

«Ho fitte continue alla schiena, come se ogni tanto mi si conficcasse una spada tra le vertebre.»

L’ho ascoltata, come sempre faccio. Poi ho lasciato che fossero le mani a cominciare il dialogo.

Ho toccato i suoi tessuti, percepito le tensioni. Il problema non era nella schiena.

Il bacino era rigido, contratto.

E lì — in quel punto dove la vita prende forma — ho sentito un’altra storia.

Una storia non detta. Un dolore antico. Silenzioso.

Il corpo conserva tutto.

E in quel corpo sentivo le tracce della violenza. Ma lei era pronta.

Non tutto può essere toccato subito. Ma la sua disponibilità non lasciava dubbi: era lì per curarsi, davvero.

Abbiamo fissato un secondo appuntamento, dieci giorni dopo. Mentre lo scrivevo su un biglietto da visita, ho incrociato il suo sguardo. Non era quello di una paziente qualunque. Era un grido sommesso. Un sussurro disperato: “aiuto”.

Era la prima volta che mi trovavo in una situazione del genere.

E sapevo che, se mi fossi avvicinato, anche solo per abbracciarla, avrei rischiato di essere frainteso. Ogni parola, ogni gesto, poteva sembrare di troppo.

Così le ho solo detto: «Alla prossima

Sorridendo.

Ma il giorno prima del nostro secondo incontro, ha annullato.

E poi — il silenzio.

Quasi un anno intero.

Ieri mi ha chiamato.

Ero curioso di sapere come stava. Avevo pensato spesso a lei.

Fortunatamente, una signora aveva disdetto un appuntamento.

Quando è entrata, ho fatto fatica a riconoscerla: capelli corti, sguardo luminoso. Era radiosa.

«Dottore, a parte ogni tanto il cuore che mi batte un po’ troppo veloce, e un senso di blocco al diaframma… sto bene.»

«Lo vedo,» le ho risposto.

«Lei mi ha sbloccato qualcosa. Ricorda due anni fa, quando dovevo sposarmi?»

«Certo che lo ricordo

«Il mio fidanzato era una persona molto violenta. Il suo era un amore malato. Ho accettato quattro anni di soprusi in silenzio. Quando avevo segni sul corpo evitavo le amiche, mia madre… non volevo che nessuno sapesse. Ma una mattina, poco dopo essere venuta da lei, ho fatto la valigia. Sono scappata da Roma. Ho vissuto da mia zia Luisa, in un paesino dell’Austria. A lei sola ho raccontato tutto. Mi ha comprato subito il biglietto dell’aereo. Ecco… volevo dirle che è anche merito suo se non mi sono sposata. Se ne sono uscita.

Ora lavoro in un’azienda agricola, nell’amministrazione. Lì ho conosciuto Peter, un ragazzo che mi vuole bene. Andremo a vivere insieme. Sono tornata per vedere mia madre… e per rivedere lei.»

Le ho sorriso.

«Sei tu che ne sei uscita. Io ho solo acceso una piccola luce in un tunnel buio. Sei tu che hai aperto gli occhi. E hai scelto di camminare.»

Si è stesa sul lettino. Il suo corpo vibrava — ma in modo diverso.

Le mani lo sentivano: vibrazioni armoniche. Note leggere, vivaci. Forti.

«Ha mai pensato,» le ho detto, «che quel dolore alla schiena fosse lì per dirle qualcosa?»

Mi ha guardato, sorpresa.

«Come se il corpo avesse parlato per me, prima che potessi farlo io?»

«Esattamente.

A volte, il sintomo non è un errore. È la voce dell’anima che si rifiuta di essere ignorata.»

Ha chiuso gli occhi. Non ha detto nulla. Ma ho visto le sue lacrime  scendere lungo le guance.

Lei non si era salvata nonostante il dolore. Si era salvata attraverso di esso.

E io, come ogni volta, ho capito che se un paziente decide di amarsi, sprigiona una forza inesauribile.

La cura non è solo tecnica.

È energia.

È amore che si fa atto.

E quando l’amore si manifesta, genera altro amore.

È inevitabile.

Alla fine del trattamento, l’ho abbracciata.

Ora sapevo che non sarei stato frainteso.

Le ho augurato buona vita.

Lei si è asciugata l’ultima lacrima: l’ultimo rimasuglio di un antico dolore.

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