La mente democratica: quando l’apertura diventa fiducia nel flusso della vita
L’apertura all’esperienza non determina la realtà, la scopre.
Così scrive Frank Ostaseski nel libro Cinque Inviti, una bellissima danza di parole e riflessioni sul tema di come la morte può insegnarci pienamente a vivere.
𝐴𝑐𝑐𝑜𝑔𝑙𝑖 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜, 𝑛𝑜𝑛 𝑟𝑒𝑠𝑝𝑖𝑛𝑔𝑒𝑟𝑒 𝑛𝑢𝑙𝑙𝑎 è un importante invito all’apertura. Nella filosofia buddhista e soprattutto nella pratica meditativa l’apertura è una delle chiavi per allenare la mente a risvegliarsi.
Chogyam Trungpa Rinpoche, maestro tibetano, definì il cuore della pratica buddhista un’apertura completa. E la descrisse come “la disponibilità a guardare in ogni evento che capita, a lavorare e a rapportarsi con esso, come se fosse parte del processo complessivo… un modo più ampio di pensare. Una via più ampia per vedere le cose, opposta a quella meschina e schizzinosa”.
L’apertura non vuol dire accettar di fare tutto in una posizione di subordinazione alla vita, e tanto meno vivere inconsapevolmente le esperienze facendoci attraversare passivamente.
Anzi.
Vuol dire azione nella sua accezione più alta, vuol dire scelta responsabile di assecondare e non bloccare il flusso, quel processo evolutivo in cui, volenti o nolenti, siamo immersi dal primo respiro.
Quel processo ininterrotto che è la vita.
Apertura è non attaccamento, è spaziosità, è non parzialità, dà il benvenuto al paradosso e alla contraddizione e non impedisce a qualcosa di manifestarsi.
“L’apertura è tollerante per ogni cosa sconosciuta. Significa dare il benvenuto al bel tempo e al cattivo tempo, come esperienze altrettanto valide”
Ecco perché una mente aperta la chiamo mente democratica, che non deve difendersi perché trova in sé la fiducia e la voglia di manifestarsi, sa accogliere il manifestarsi delle altre persone e il dispiegarsi degli eventi, qualsiasi essi siano.


