La proposta di matrimonio – un racconto di Benedetta Bindi
Dormivo quando ho sentito squillare il cellulare.
Rispondo trafelato e sento: «Papà!»
Ho riconosciuto subito il tono della voce di mia figlia. Lo stesso che aveva da bambina, quando la notte mi chiamava perché aveva paura di qualcosa.
Ha sempre chiamato me, perché l’ho cresciuta io. Mia moglie ci ha lasciati troppo presto, quando Angela aveva solo quattro anni.
Io e lei abbiamo sempre avuto un rapporto speciale.
Molti amici mi hanno invidiato per quella complicità tra noi, che non ci ha mai abbandonato. Nemmeno durante la sua adolescenza.
«Sono le due di notte, Angela… cosa succede?» ho chiesto, mentre mi tiravo su dal letto, in preda all’angoscia che le fosse accaduto qualcosa di grave.
«Papà, vieni a Milano domani, ti prego. Ho bisogno di te. Poi ti spiego tutto appena ci vediamo.»
«Stai bene? Non ti è successo nulla di grave?»
«No… ma vieni.»
Accendo il computer e cerco il primo treno Roma-Milano.
Arrivo previsto: ore 9.20
Angela mi ha scritto che mi aspetterà in stazione. Non vuole nemmeno che la raggiunga nel suo appartamento.
Appena metto piede nel capoluogo lombardo, la vedo corrermi incontro. Mi abbraccia forte.
Poi mi porta in un bar poco distante.
Si siede davanti a me. Le guardo il viso: ovale perfetto, come quello di sua madre. Bocca stretta e carnosa, naso lungo e occhi gialli, come quelli di un gatto.
La trovo ancora più bella, con qualche anno in più.
E penso che il suo fidanzato è davvero un uomo fortunato a vivere con lei.
Non solo perché è affascinante, ma perché è una brava ragazza.
Lui è di Milano, da poco lavora come geriatra in ospedale. Una persona seria.
«Papà, mi vergogno di averti svegliato in piena notte… . di non averti fatto dormire ma…ho avuto un attacco di panico. Marco è a Vicenza, dalla sua famiglia. Io non sono andata con lui perché sto lavorando alla tesi. Mi ero appena messa a letto quando il cuore ha cominciato ad accelerare… come un treno che prende velocità, piano piano. A un certo punto ho perso il respiro, non riuscivo a muovermi. Una sensazione mai provata. Terribile. Così ti ho chiamato. Avevo bisogno di sentire la tua voce.»
Le ho preso la mano e l’ho stretta forte.
Quella mano che, giorno dopo giorno, è cresciuta dentro la mia.
La guardavo e pensavo a quanto mi manca non averla più a casa. Non vederla girare per le stanze, mi manca la sua confusione ovunque: i libri sulla vasca, i vasetti di yogurt sul tavolo davanti alla TV, e il cesto della biancheria sempre traboccante.
Però quando mi aveva detto che voleva trasferirsi a vivere da Marco, e terminare l’università nella sua città ero felice per lei.
Da quando stanno insieme, l’ho sempre vista serena. Con gli occhi che brillano.
«Cosa ti turba?» le ho chiesto.
Lei ha abbassato lo sguardo. «Ho paura che il cuore mi si spezzi, se te lo dico.»
«Non succederà. Ci sono io qui. Nel caso, lo incolliamo insieme.»
Ho provato a farla sorridere con una battuta. Non ha sorriso.
E dentro di me, qualcosa si è stretto.
«Ti ascolto,» ho detto allora, con serietà.
«Marco vuole che ci sposiamo subito dopo la laurea. Io… non sono convinta. Vorrei che mi lasciasse il tempo di trovare una sistemazione, costruirmi un’indipendenza economica. Era così felice quando me lo ha chiesto… mi ha portato un anello di fidanzamento e un mazzo di fiori. Ma quando gli ho detto che non era il momento giusto, è partito senza nemmeno baciarmi. Mi ha accusata di trovare scuse. Ha detto che non lo amo davvero. E da un giorno non risponde più al telefono. Così, ieri notte, ho capito di essere completamente sola in questa città. Anche Julia, la mia amica dell’università, ora è a Lubecca dal padre. Stesa nel letto, ho cominciato a tremare. Il cuore lo sentivo in gola, nel collo. Io amo Marco, papà. Tu… come hai capito che la mamma era la donna giusta per te?»
«Non lo sapevo,» le ho risposto. «Ma tutti i miei amici si erano sposati, così mi sono lanciato anch’io. Non sapevo nemmeno che la mamma parlava nel sonno, che odiava stirare, e che le piaceva dormire con una piccola luce accesa. Non sapevo cosa significasse amare qualcuno in ogni circostanza, persino dentro una stanza d’ospedale. Non sapevo che avrei dormito per un mese su una sedia, tenendole la mano. E non sapevo che mi avrebbe amato fino all’ultimo respiro.
E neppure sapevo che, sedici anni dopo, una donna come Annarita si sarebbe presa cura del mio cuore malridotto. Anche se avevo giurato che, dopo tua madre, non ci sarebbe stato più nessuno al mio fianco.»
«Ah…» ha sospirato mia figlia, stringendomi ancora di più la mano.
«Ma tu, cara, se aspetti il momento perfetto, quando tutte le certezze saranno al loro posto, non ti sposerai mai. Arriva un momento, nella vita, in cui bisogna lanciarsi. Rischiare.»
«Mi dispiace… mi dispiace che vivrò lontano da te. È un anno che sono a Milano, ma non ho mai pensato che fosse per sempre… Forse non volevo pensarci…» ha detto, con gli occhi lucidi.
«I treni sono sempre più veloci. In poco tempo siamo di nuovo insieme. Ritardi permettendo.»
Abbiamo riso all’unisono.
«Tra quattro anni vado in pensione. Avrò tempo libero da vendere… attenta a dire che mi vuoi vicino!»
Fuori dal bar l’ho stretta forte.
Le ho accarezzato la testa. Quei capelli che ho asciugato mille volte, che ho passato tra le dita con la delicatezza di chi sfiora un sogno.
Il corpo di mia figlia che ho tenuto stretto a me anche quando sentivo di affogare.
L’ho guardata negli occhi.
«Marco è una brava persona e ti ama. E tu lo ami. Cosa aspetti a chiamarlo? I medici sono molto richiesti!»
Lei mi ha sorriso, mostrando i suoi denti bianchi.
«Lo farò, papà. Non potrei mai perdonarmi di perderlo.»
Appena ho messo piede sul treno, è arrivato il suo messaggio:
“Papà, gli ho detto sì.”
Ho guardato fuori dal finestrino. Milano alle spalle.
E ho pensato che il giorno in cui mi sono sposato, non sapevo quanti giorni bui mi avrebbe riservato la vita.
Ma non sapevo nemmeno che, un giorno, mi avrebbe regalato una figlia così.
Una figlia che mi avrebbe tenuto in piedi anche quando tutto dentro vacillava.

