editoriali

Manifesto dei difetti di fabbricazione

«La maggior parte dell’umanità è predisposta alla sottomissione: gente inconsapevole, gestita completamente.»

È una frase che gira spesso attribuita a Carlos Castaneda, ma in realtà è di Giovanni Cianti, biologo, sportivo, voce libera e fuori dagli schemi:

«Chi ha capito, ha capito: non ha bisogno di consigli.

Chi non ha capito, non capirà mai. Io non biasimo queste persone.

Sono strutturate per vivere, e basta: mangiare, bere, respirare, partorire, lavorare, guardare la televisione e mangiare la pizza il sabato sera.

Il mondo, per loro, finisce lì: non sono in grado di percepire altro.

C’è invece un piccolissimo gruppo di esseri umani, che possono essere definiti “difetti di fabbricazione”.

Sono sfuggiti al controllo qualità della linea di produzione.

Sono pochi, sono eretici e sono guerrieri.»

Penso che tanti ci si ritrovino.

Non perché ci si senta superiori, ma perché non si riesce a stare fermi dentro un ingranaggio che non si è scelto.

Perché c’e bisogno di capire. Di farsi domande. Di vedere oltre.

Essere un “difetto di fabbricazione” è un modo di stare al mondo.

A volte è doloroso, a volte è scomodo. Ma è anche la via più autentica che conosca.

Nel silenzio, nella solitudine, nella consapevolezza.

Perché basta un solo passo fuori dalla fila, e il fuoco si ferma.

Non è ribellione. È coscienza.

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