Per tutto il tempo che vuole – un racconto di Benedetta Bindi
Sono tornato in palestra da due mesi, dopo dieci anni.
Pier Paolo, il mio amico neurologo, tempo fa mi aveva consigliato degli antidepressivi. Ho preso la sua ricetta, e l’ho gettata poco dopo nel cestino del mio ufficio. Era stato molto gentile a visitarmi subito, appena l’avevo chiamato, nonostante tutti i pazienti che ha sempre da curare, non volevo dichiarargli il mio dissenso per le medicine.
In effetti a vedermi ne avevo bisogno, quando sono andato da lui in ospedale, ero magro da far spavento, fumavo tanto, bevevo ogni sera ed ero piuttosto confuso.
Laura mi mancava da togliermi il fiato. Mi aveva lasciato da sette mesi, ma solo in quei giorni mi ero accorto davvero di essere rimasto solo.
Un ritardo emotivo, come a scoppio ritardato.
All’inizio, tutta quella libertà quasi mi piaceva: nessuno a dirmi di non lasciare i vestiti sparsi nella stanza, che i faldoni del lavoro non si gettano sul tavolo della cucina, che bere troppo fa male, che un avvocato non può andare in tribunale con i capelli spettinati come li portavo sempre.
E poi mi dava un senso di ebbrezza addormentami con qualcuna della quale il mattino non ricordavo il nome.
Poi, una mattina, mentre facevo colazione, ho avuto un attacco di panico. Non riuscivo a respirare, il cuore batteva all’impazzata, le mani erano gelide.
Di Laura mi ero accorto che mi era rimasta solo una piccola foto, in una cornice rossa a forma di cuore, appoggiata sulla libreria. Un regalo di mia sorella Stefania, dove io e lei sorridiamo davanti al suo obiettivo, con le cascate del Niagara sullo sfondo.
L’ultimo viaggio fatto insieme.
Venti giorni dopo è andata via di casa.
È stato durante quella vacanza che lei mi ha detto:
«Mauro, perché non facciamo un figlio?»
E io, secco:
«Non è il momento, tesoro. Abbiamo appena fatto un trasloco.»
Avevo paura di perdere il mio equilibrio, la mia piccola zona di comfort. Non volevo crescere.
Così ho deciso di fare sport, perché l’alternativa era prendere psicofarmaci per dimenticare che schifo di uomo ero stato — ed ero.
Concentrato su me stesso, sul mio lavoro, con poco tempo per gli altri — perché lo consumavo tutto per me.
Sono entrato in una vecchia palestra alla periferia est di Roma.
Ho rimesso i guantoni e sono salito sul ring.
Mi sono sentito subito bene.
Ho ricordato gli occhi di mio padre su di me. Quanti incontri ha visto.
Mamma no, lei non veniva mai: non era d’accordo con la mia scelta.
Mi urlava ogni volta che uscivo di casa:
«Mauro, ma non puoi fare calcio, o semplicemente pesi, come tutti i tuoi amici?! Non verrò mai a vedere quanto male ti fanno!»
A sedici anni ho iniziato a fare boxe. Sono andato avanti fino ai ventisette.
Poi gli orari massacranti dello studio, il lavoro extra come barman tre volte a settimana, non me l’hanno più permesso.
Saltare, cercare di schivare i colpi, prenderle, darle, sentire tanto dolore da voler solo che tutto finisca – anche a costo di perdere.
Guardare negli occhi tuo padre che ti dice, senza parlare: «Alzati!», mentre sei steso a terra e vorresti mollare.
Ma poi reagisci, con una forza che non pensavi più di avere.
L’arbitro alza il tuo braccio, e per un attimo pensi che il mondo sia tutto lì, nel tuo guantone che saluta il cielo.
E magari anche Dio, a cui ti rivolgi ogni volta prima di un incontro.
Ricordo tutto questo adesso, quando mi alleno, e mi piace.
Quando ho conosciuto Laura avevo lasciato la boxe da pochi mesi. Avevo ancora un gran bel fisico.
Ricordo che lei mi diceva:
«Sei troppo muscoloso per i miei gusti.»
E io invece mi lamentavo con lei perché mi vedevo ogni giorno sempre più magro.
Lo sport mi ha aiutato ad evitare gli psicofarmaci.
E gli attacchi di panico non sono più tornati.
Però la mancanza di Laura… quella non è andata via. Quella mi è rimasta addosso come un bel tramonto.
Poi, l’altro giorno, mia sorella mi ha chiamato per dirmi che l’aveva incontrata. Era insieme a un’amica, in un negozio premaman.
A quelle parole, il mio cuore ha iniziato a battere fortissimo. Il respiro si è fatto corto.
Ho immaginato Laura con la pancia, proprio come ora ha mia sorella.
Mi è girata la testa. Mi sono seduto sulla sedia del mio studio.
«Mauro, ci sei?»
Mia sorella quasi urlava.
Ho risposto che stavo bene, ma ero tentato di attaccare per non sentire il resto delle sue parole.
«Ascolta… Laura è stata molto carina con me.
Mi ha fatto tanti in bocca al lupo per il parto.
E ha detto una cosa strana, tipo: “Beata te”.
Ma non so se ho capito bene.
C’era una tipa con due figli che facevano una confusione assurda…
Ah, ti saluta. Mi ha chiesto come stai.
Mi è sembrata emozionata.
O forse era solo una mia impressione.
Ada, la sua amica, è incinta di sette mesi. Pensa un po’, proprio come me!»
Lacrime di gioia mi sono scese dagli occhi.
Non volevo farmi sentire commosso, così le ho detto che avevo un’udienza a breve e che dovevo andare.
Ho preso il telefono. Ho digitato il numero di Laura.
Convinto e deciso che voglio entrare con lei in quel negozio, e comprarle tutti i vestiti che, prima o poi, le serviranno.
Voglio tornare da lei. Farmi perdonare.
Farmi dare tutti i pugni che vuole.
E poi, da terra, rialzarmi.
Prenderla in braccio.
E portarla via con me.
Per sempre.
Io e lei.
Per tutto il tempo che vuole.


