cultura

Il ricordo di un odore – un racconto di Benedetta Bindi

Non c’è niente di meglio di un odore per risvegliare le nostre memorie.

L’ho letto l’altro giorno su un muro, mentre mi recavo all’università. Ore dopo, salendo sull’auto di un amico, ho sentito lo stesso identico odore che c’era nell’abitacolo di mio nonno. Coincidenza, destino, caso… chiamatelo come vi pare.

Fatto sta che quella giornata, per me, ha preso un sapore diverso.

L’auto di Alfredo non è certo una Ford degli anni Settanta, come quella di mio nonno. I sedili, però, sono in pelle – come aveva lui – ma neri, non nocciola come quelli del mio vecchio.

La sua macchina, anche se usata, di sicuro è stata fabbricata dopo il Duemila, non nel Novecento.

Eppure quell’aroma…

Quell’aroma che non sentivo da quando avevo tredici anni, era lo stesso.

Durante il tragitto da casa alla discoteca ascoltavo poco Alfredo. Mi parlava di una ragazza della quale era perdutamente innamorato. Una moretta che ogni tanto frequenta il nostro giro di amicizie: Chantal Ha anche il nome pretenzioso.

Secondo me ha poche speranze con lei, ma ho imparato che non c’è niente di peggio che dire a un amico innamorato che “non è aria”.

Così lo lasciavo parlare, in silenzio, mentre inspiravo quella fragranza che mi faceva affiorare ricordi bellissimi.

Io e mio nonno in macchina, a cantare i cori della Roma prima di entrare allo stadio.

Io seduto accanto a lui, col sorriso lungo quanto l’orizzonte, e sulle ginocchia una busta piena di more raccolte insieme.

Io e lui chiusi in auto, d’inverno, a mangiare un hamburger guardando il mare in tempesta.

Intanto Alfredo parlava.

Delle gambe della tipa, delle sue tette. Dei sorrisi che regalava a tutti, tranne che a lui.

Forse – a suo dire – proprio perché gli piaceva. Dell’ex che aveva un’Audi ultimo modello.

Poi, all’improvviso, ho detto una cosa che non c’entrava nulla:

— Alfredo, ti ricordi l’odore della Coccoina?

Lui si è girato un attimo, infastidito:

— E mo’ che c’entra?

— Boh, così, per dire… — ho borbottato.

Poi, per non farlo arrabbiare troppo, ho aggiunto:

— Comunque Chantal è molto bella. Magari gli piaci. Ma sai com’è… forse punta a quelli con i soldi. Ma poi, non è detto…”

Alfredo ha guardato un secondo la strada, poi me:

— Sei strano, fratello, oggi. I soldi piacciono a tutti. Ma prima di quello con l’Audi, stava con uno che aveva una Clio…”

Sono rimasto zitto.

Avrei voluto rispondergli che non tutti bramano il dio denaro, dimenticando il resto.

E che quel tipo con la Clio lei lo aveva mollato, mentre quello con l’Audi – che ora usciva con una ballerina della televisione – lei  lo frequentava ancora, appena lui la chiamava.

Me l’ha detto un’amica che la conosce bene. Ma ho evitato di parlargliene.

Ho preferito lasciargli i suoi sogni ad Alfredo, e non interrompere il suo fitto monologo.

La verità, tanto, prima o poi arriva sempre.

Mi stavo annoiando terribilmente ad ascoltarlo. Non sapevo nemmeno perché fossimo ancora amici. Forse perché giochiamo bene a calcetto insieme.  Lui è un bravo difensore instancabile: i suoi piedi bloccano ogni tiro, io ogni tanto segno, così  vinciamo quasi sempre.

Ma quella sera non ero in un campo di erba sintetica. Ero dentro l’abitacolo della sua auto.

La discoteca era a Fregene, e mancava ancora mezz’ora all’arrivo! Così, nella testa, ho iniziato a fare l’elenco dei miei odori preferiti:

— Quello dell’auto di mio nonno, della Coccoina, della moka, dei cornetti caldi appena sfornati, della pizza di Gimmy, del ciambellone in forno, della besciamella.

Ed infine… dell’acquaragia.

Sì, il suo aroma mi ricorda sempre le estati al mare. Mio padre, in giardino, con i pennelli in mano. Dipingeva bici, cancelli, muretti, altre cose dei vicini. Ogni volta metteva l’acquaragia in un barattolo di vetro che puntualmente dimenticava sul tavolo in cucina.

Mia madre si lamentava sempre:

— “Questa casa puzza come un’officina! Edoardo basta!”

Poi, ho fatto la lista degli odori più odiati:

— L’odore dei broccoli, dei calzini usati, del sudore appiccicato che senti d’estate sugli autobus, del cavolfiore, di uovo rancido.

E poi… l’alito della mia prof di matematica del liceo.

Imbattibile.

Poi ho abbassato il finestrino. Alfredo ha finalmente smesso di parlare.

La radio suonava piano. Le insegne delle discoteche iniziavano a farsi vedere in lontananza, come fossero stelle comete.

È proprio in quel momento che un profumo di agrumi mi ha colpito le narici.

Improvviso. Preciso. Devastante. Uno squarcio si apre nel mio cuore. E per un attimo ho paura che mi scoppi. È lo stesso profumo che portava mia madre ogni giorno. Per ventisei anni sono stato a casa con lei. Quel suo odore di mandarino e cedro mischiato era solo sulla sua pelle, sulle pareti, nei mobili, nei suoi abbracci. Chiudo gli occhi. Inspiro. E per un tempo brevissimo – o forse infinito – siamo di nuovo insieme. Poi sento una mano sul braccio.

— Luca, stai bene? Sei un po’ fuori oggi. Hai mica bevuto prima di salire in auto? Siamo arrivati!

— Macché bevuto… stavo pensando.

Scendo dall’auto e mi sistemo il ciuffo con la mano. Mi avvio verso l’ingresso del locale con aria fiera, per darmi un tono. Una ragazza molto bella mi guarda e mi sorride. Ricambio il sorriso. Lei crede sia per lei, e ancheggia un poco con il bacino. Inspiro un’altra volta a pieni polmoni, prima che un buttafuori ci faccia cenno di entrare. E mentre la musica batte forte sulle pareti del locale, io resto un momento fermo sulla soglia, con l’odore del passato cucito addosso.

Poi sento una voce dietro di me:

— “Che fai, non entri?”

È ancora lei. 

Mi sfiora il braccio con leggerezza e, nel farlo, mi avvolge in una nuvola di profumo che sa di liquirizia e vaniglia. Un odore nuovo. Che forse, chissà, un giorno si tramuterà in ricordo. Per adesso ho solo il suo numero di telefono, e il segno di un suo bacio sul collo.

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