Campionessa e Poliziotta: la doppia vita di chi corre per l’Italia
Gli haters sono sempre in agguato, pronti a sminuire ciò che non conoscono. È successo anche a Gaia Sabbatini, mezzofondista azzurra impegnata ai Mondiali di atletica di Tokyo iniziati oggi, a cui qualcuno ha chiesto con ironia che lavoro facesse.
«A volte mi chiedono: “Ma tu che lavoro fai?”» racconta Gaia in un video su TikTok. «Io rispondo che sono un’atleta delle Fiamme Azzurre, gruppo della Polizia Penitenziaria, e corro i 1500 metri. E loro replicano: “Sì ok, ho capito. Ma che fai nella vita? Il tuo lavoro è correre?”».
Un dialogo che mette a nudo lo scetticismo di chi ancora fatica a vedere nello sport una professione. La sua risposta è stata chiara e diretta: «Giampirlo, spendi miliardi tra schedine e fantacalcio perché ritieni, giustamente, che quello del calciatore sia un lavoro. È la stessa cosa. Io corro, vengo pagata per correre, per allenarmi, per gareggiare, per performare: è esattamente quello che fa un calciatore».
Una precisazione che mette a nudo ancora una volta il fatto che in Italia, per poter vivere di atletica leggera, spesso bisogna entrare nelle forze armate, perché senza quel supporto economico sarebbe quasi impossibile sostenersi solo con questo sport. Un paradosso se si pensa che l’atletica è la madre di tutti gli sport, la forma più pura e antica di competizione: qui non ci sono gli ingaggi milionari del calcio o del tennis né riflettori continui, solo il cronometro, il respiro che brucia e la disciplina che diventa identità.
A 26 anni, Gaia Sabbatini è già protagonista della nazionale italiana, con due ori europei e la partecipazione ai Giochi Olimpici di Parigi. Oggi corre ai Mondiali di Tokyo, e ogni volta che scende in pista porta con sé lavoro, sacrificio, orgoglio nazionale e il simbolo che lo sport è una professione.
E allora, prima di chiederle ancora “Tu che lavoro fai?”, forse dovremmo chiederci quanto davvero rispettiamo chi porta in alto il tricolore nel mondo.


