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8 minuti di speranza


In seguito alla puntata di Radio Mater (che potete riascoltare qui) con la dottoressa Valeria Terzi, specialista in rianimazione, un carissimo amico mi ha inoltrato questo messaggio:

“Visto che sei in contatto con la dottoressa se ti è possibile ponile questa domanda: che parole di speranza possono dare a una persona che si trova consciamente a vivere il fine vita?”

Valeria mi ha risposto con questo messaggio audio di 8 minuti. Il contenuto, di cui vi proponiamo la trascrizione, è così prezioso e pieno di speranza da meritare di essere diffuso il più possibile, per portare conforto a chi si trova nel periodo finale della sua vita.

Con Valeria ci siamo accordati per dedicare a questo tema una puntata intera di Radio Mater (il prossimo 9 dicembre!) ma nel frattempo, vi invitiamo a leggere (o ascoltare) ma soprattutto a far tesoro di questa preziosa anticipazione.


I Pilastri della Cura negli Ultimi Momenti

“Se pensate che in questo messaggio ci sia qualcosa di utile, potete inoltrarlo. Non ci sono regole universali per affrontare la fine della vita, ogni storia è una narrazione a sé. Ma ci sono delle cose da evitare e altre da sapere.

La prima e più importante è questa: sapere di dover morire è un privilegio che può riempire i giorni di vita. Tutti noi sappiamo che un giorno moriremo, ma solo i malati terminali hanno la certezza di averlo a breve termine. Questo appuntamento imminente dà loro l’opportunità unica di sfruttare al meglio il tempo che rimane.

Che cosa significa, in pratica, riempire di vita questi giorni? Significa salutare, chiudere vecchie pendenze, leggere i libri che non si è mai avuto il tempo di leggere, fare telefonate rimaste in sospeso per anni, o magari scrivere un ricettario per i propri nipoti. Significa, soprattutto, fare pace. Visti in questa luce, i malati terminali possono celebrare la vita compiendo azioni importanti che danno significato ai loro ultimi giorni.

La seconda cosa da ricordare è che andare incontro alla morte è un po’ come guardare il sole: a volte gli occhi bruciano, e servono degli occhiali. Questi “occhiali” possono essere farmaci sedativi, ma anche la compagnia che distrae o una semplice chiacchierata. Non si può fissare il sole senza bruciarsi la retina, così non si può affrontare l’angoscia della morte senza schermarsi. In quest’ottica, la morfina diventa quell’occhiale da sole che toglie l’angoscia dell’ultimo momento, ed è un aiuto assolutamente legittimo.

La terza cosa da sapere è che i malati terminali non vogliono essere un peso. Si può e si deve trasmettere loro, con gesti e parole, la convinzione che prendersi cura di loro sia per noi un privilegio.


Cosa Evitare Assolutamente

Così come ci sono delle cose da fare, ce ne sono altre da non fare.

1. Non pretendere nulla. Non si può chiedere a un malato di “cambiare espressione” o di “non farsi vedere triste” dai bambini. La persona che si sta preparando a salutare la vita deve essere libera di fare ciò che sente, anche se doloroso o misterioso. Il malato ha sempre ragione e deve essere lasciato libero.

2. Non creare la “congiura del silenzio”. Fingere che tutto vada bene è profondamente sbagliato, perché l’elefante nella stanza lo vedono tutti. Anzi, a volte i malati tirano fuori il loro lato peggiore con le persone con cui si sentono liberi, e questo è un bene, è un modo per esprimersi.

3. Non sentirsi in dovere di parlare per forza. A volte le parole non servono. L’ascolto è molto più importante del parlare. A volte basta stare insieme in silenzio, dimostrando che le ore passano e non succede niente di spaventoso. Si possono porre domande che aiutano a ripercorrere la vita: “Vuoi raccontarmi il tuo matrimonio?”, “Com’è stato diventare mamma/papà?”. Questo è ciò che si definisce “terapia della dignità”. Oppure si può chiedere esplicitamente: “Come posso aiutarti? Quali sono i tuoi bisogni?”. Al di là delle necessità fisiche di bere, mangiare e lavarsi, si può chiedere se vogliono un libro di poesie o se desiderano parlare con un sacerdote.


L’Ultima e Più Grande Speranza

Infine, la parola “speranza” deve essere declinata in modo autentico. Ho imparato che la speranza più bella e credibile che si possa dare a un malato terminale è quella di essere ricordato.

Mi piace usare l’immagine di noi come sassi lanciati in uno stagno. Quando moriamo, apparentemente affondiamo e non siamo più visibili in superficie. Ma prima di sparire, la nostra caduta ha creato dei cerchi concentrici sull’acqua che continuano a propagarsi, raggiungendo anche l’altra sponda. Questi cerchi sono i nostri insegnamenti, il nostro ricordo.

Credo che la speranza di venire ricordati sia la più potente e la più utilizzabile negli ultimi giorni di vita.”

Valeria Terzi

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