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Il colore dei desideri – un racconto di Benedetta Bindi

Avevo diciotto anni, e non uscivo più di casa.

Il problema era serio: non riuscivo quasi più a muovermi. Non per depressione, ma a causa di un incidente. Mi aveva tamponato un tipo che correva come un pazzo in autostrada. Ero stato operato alla rotula, avevo tre costole rotte, e portavo un collare rigido per tenere ferme le vertebre del collo. Ero ridotto parecchio male. Piangevo spesso, chiuso nella mia stanza.

Mi erano saltati i campionati di atletica. Era una cosa importante per me: mi allenavo da quattro anni nel salto in lungo, e da quando ero bambino facevo atletica.

Avevo ottenuto buoni risultati, avrei potuto vincere qualche medaglia importante.

Per me. Per la mia famiglia. Per mio nonno Luca, che veniva sempre a vedermi e mi portava agli allenamenti.

Invece stavo a letto, o su una sedia a rotelle. Tutto andato in fumo. Mesi, giorni, ore di allenamenti dissolti.

E con loro, la paura di non tornare più quello di prima.

Poi, un giorno, mia sorella Lucrezia mi ha portato a casa un libro sulle arti marziali.

Lì per lì ci sono rimasto male. Ho pensato: “Ma chi se ne frega delle arti marziali? Non mi sono mai piaciute. Né praticarle, né guardarle in TV. Ma che razza di regalo è, per un invalido!?”.

Dopo due giorni, mi ha chiesto se mi era piaciuto.

Era un testo di cento pagine, nemmeno.

Sono arrossito e le ho detto: “Domani lo leggo, giuro”.

E così ho fatto.

Il libro iniziava dicendo:

“In molte arti marziali, come il judo o l’aikido, la prima cosa che si insegna è la tecnica della caduta. Cadere è inevitabile. Imparare a farlo con grazia è fondamentale. E poi, naturalmente, rialzarsi. Imparare a cadere e a rialzarsi sviluppa determinazione. E la capacità di affrontare anche gli ostacoli più grandi.”

Ecco dove voleva arrivare Lucrezia, ho pensato. Seduto sulla sedia a rotelle, ho continuato a leggere. Ogni tanto sottolineavo qualche passo.

Uno diceva:

“Più si ha paura di fallire, più ci si impegna a evitare il fallimento, più si diventa vulnerabili. In ogni campo.”

Ogni pagina era una lezione per me. Per il mio stato d’animo di allora. Poi è arrivata la ciliegina sulla torta: una citazione dalla mitologia greca.

Quella che, da quando ero bambino, mi affascinava. Quella che mi aveva fatto iscrivere al liceo classico. Il libro raccontava che Anteo, figlio di Gea (la Terra), ogni volta che veniva gettato a terra, traeva forza dal contatto con sua madre. E ad ogni caduta diventava più forte.

Fu in quel momento, alla fine di quella frase, che dentro di me scattò qualcosa. Mi sono immaginato correre, poi saltare. Via. Lontano. Il pubblico che urlava il mio nome…

Non sapevo se stavo sognando a occhi aperti, o se stavo proprio impazzendo.

Ma ero felice. Sono andato a prendere una birra dal frigo.

Dopo averla bevuta, ho chiamato Monica, una mia compagna di classe. Potrebbe sembrare una cosa banale, ma per me non lo era. Ero cotto di lei da anni. Bella, intelligente, ironica. Un asso nella pallavolo.

Mi sono detto: “Sono fisicamente distrutto ormai, non temo più nulla. Peggio di così non può andare.”

La telefonata è andata benissimo. Abbiamo parlato tanto. Non la vedevo da quindici giorni. Il giorno dopo è venuta a casa mia a portarmi gli appunti delle lezioni perse. Poi ha continuato a venire. Ogni giorno. Fino a quando non sono tornato in classe.

L’ultimo pomeriggio, quello prima del mio rientro a scuola, mi ha detto: “Facciamo un gioco? Quello dei desideri colorati. Ti spiego: tu mi dici tre desideri, ma se vuoi che si avverino, devono essere colorati. Due li devi dichiarare, uno no.”

Confessare i miei desideri, anche solo a me stesso, mi faceva paura. Perché se sono realizzabili, allora ti mettono di fronte alla possibilità di fallire. E così, per paura, ti convinci che sono impossibili. E molli.

Come avevo sempre fatto io con lei. Vedendola troppo bella, troppo intelligente, troppo perfetta.

Ho risposto: “Facciamolo”, senza troppa convinzione.

Lei mi ha detto che, se non volevo, non importava. Era solo un gioco.

Ho notato una nota di delusione nel suo volto.

Allora ho sfoderato il mio miglior sorriso, e le ho detto:

“Vorrei vincere almeno una medaglia d’argento al salto in lungo, ai nazionali.”

“Bello! Ma di che colore è il tuo desiderio?”

“Verde, naturalmente. Come la speranza.”

“Secondo?”

“Prendere un bel voto alla maturità. A mia madre farebbe tanto piacere. Colore celeste, il suo preferito.”

“Terzo?”

“Quello non lo dico. Ma è rosso Ferrari.”

“E i tuoi?” le ho chiesto, mentre mi sudavano le mani.

“Il primo è che nessuno, nel mondo, faccia più la guerra. È verde smeraldo.”

Subito mi sono sentito piccolo ed egoista. Io avevo pensato solo a me.

“Il secondo è che mia sorella Lucrezia riesca a stare bene a Barcellona, dove fa l’Erasmus.

È piena di paure, e vorrebbe tornare a casa.

Il colore è turchese, il suo preferito.

Il terzo è rosso cremisi. Ed è quello che, egoisticamente, vorrei più di tutti che si avverasse… ma non lo dico.”

Improvvisamente è arrossita.

Io camminavo ancora con le stampelle, avevo ancora il collare. Mi sono alzato, le sono andato vicino, e d’istinto le ho baciato la mano. I suoi occhi, in quel pomeriggio di dicembre, hanno brillato. Erano nocciola e verdi. Meravigliosi. Lei mi ha accarezzato il volto. E mi ha baciato.

Domani ho la mia prima gara.

Eh sì, sono tornato ad allenarmi.

Dopo cinque mesi dall’incidente. Piano piano. Con pazienza. Il campo di atletica non ha un solo colore. Oggi ogni corsia mi appare diversa. Oggi vedo l’arcobaleno. Magari vincerò. Magari arriverò ultimo. Non mi importa. Essere qui, per me, è già una vittoria. Qualcosa  è andato oltre i miei desideri.

La parola “desiderio” viene dal latino desiderium, e significa “mancanza di stelle”. È formata da de- (privazione) e sidus (stella). Ma il mio cielo, oggi, è pieno di stelle. Sono tutte lì, sugli spalti: Monica, Lucrezia, mio nonno, i miei. E anche se dovessi cadere, so già che mi rialzerò.

Perché ora so cadere.

E perché oggi, finalmente, non mi manca più niente.

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