cultura

Nulla succede per caso – un racconto di Benedetta Bindi

Clara si era alzata a fatica al suono della sveglia. Il display del cellulare segnava le sette e quarantacinque. Non era così tardi, ma lei aveva studiato fino alle quattro del mattino e si sentiva uno straccio. Una doccia rapida, un caffè nero e forte, due biscotti inzuppati in fretta, e via: la giornata poteva iniziare.

Sua madre era già uscita. Alle sette aveva il treno per Santa Severa, dove lavorava in un asilo. Dopo anni da casalinga, si era dovuta reinventare quando Franco, suo marito, era stato colpito da una malattia crudele che, in sei mesi, l’aveva portato via.

Pagare l’affitto, le bollette, il cibo, l’assicurazione dell’auto… Madre e figlia, rimaste sole, si davano da fare.

Clara si guardò allo specchio per un ultimo ritocco.

Gli occhi grandi e neri, ai quali non servivano ciglia finte, e le labbra carnose, il naso, dritto e lungo come quello di suo padre, completava quel volto che non passava inosservato.

Eppure non aveva ancora trovato il ragazzo giusto per lei, probabilmente perché, da tre anni a questa parte, non aveva nemmeno il tempo per uscire e incontrare persone nuove.

Ogni mattina percorreva la stessa strada in macchina, diretta al centro estetico dove lavorava.

Durante il percorso sognava: di essere altro, di fare altro. Poi il suono di un clacson la riportava alla realtà, e si diceva che andava bene così. In fondo, non era sotto le bombe a Gaza. Di cosa si lamentava?

Clara era stata una studentessa modello al liceo classico: ogni anno promossa con la media dell’otto.

La professoressa d’italiano la considerava una delle menti più brillanti: glielo aveva confessato proprio quando, un giorno, si era ritrovata Clara davanti alla cabina del centro estetico.

La sua alunna preferita a farle i piedi. Uno spreco.

Glielo aveva detto senza mezzi termini:

— Clara, tu qui…. Ma stai anche studiando?

Clara era arrossita. Aveva mentito, dicendo che frequentava l’università.

Non voleva raccontare nulla di suo padre, né di come la sua vita fosse cambiata all’improvviso. Una virata brusca che l’aveva costretta a cambiare direzione.

Non voleva dire che si era garantita una stabile infelicità, studiando tre anni per diventare estetista e lavorando in nero già dal secondo anno.

Non voleva dire che, in macchina, da sola al mattino, si circondava ancora di sogni inconfessabili.

Uno in particolare tornava sempre: diventare un’archeologa di fama internazionale.

Comprava libri, quando poteva, gli stessi che studiava Anita, una sua vecchia amica del liceo, sempre rimandata e che lei, oggi come allora, aiutava a superare gli esami. I voti che prendeva Anita, in realtà, erano i suoi. Clara sintetizzava gli argomenti, li scriveva al computer e li inviava a lei via email. Anita li studiava, li ripeteva, passava gli esami.

E Clara cosa ci guadagnava?

Le registrazioni delle lezioni.

Mentre le aule si riempivano e i professori spiegavano, Clara massaggiava schiene, toglieva punti neri, metteva lo smalto.

Ma la notte…

La notte studiava quelle lezioni che la sua amica le registrava con puntualità.

Però, giorno dopo giorno, la stanchezza cresceva.

Clara faticava a parlare con i clienti, a massaggiare gambe, a mettere lo smalto. Ma non mollava.

Far laureare Anita era diventata la sua missione.

Come se, attraverso di lei, potesse vivere la vita che desiderava.

Ma poi tutto fu stravolto dalla professoressa Monticelli.

Per una scusa o l’altra, divenne un’assidua frequentatrice del centro estetico, e tutte le volte chiedeva di Clara.

Lei si informò da alcune vecchie allieve e  scoprì ogni cosa: che  Clara non era iscritta a nessuna facoltà, che le era morto il padre. Non si arrabbiò per la bugia.

Un giorno, mentre le stendeva lo smalto blu sulle unghie dei piedi, le chiese:

— Clara, se potessi cambiare lavoro, lo faresti?

Le si seccò la bocca in un istante. Poi disse:

— Beh, ovvio. Mi piacerebbe fare l’archeologa. È quello che spero, un giorno, di diventare… appena mi laureo.

La professoressa la guardò seria.

— Ma tu non stai studiando, Clara. Non sei iscritta a nessuna università!

Lo disse con tale determinazione che Clara capì che si era informata, e che parlava con cognizione di causa.

Allora le raccontò tutto. Dei quindici esami dati da Anita. Delle lezioni registrate. Dei notturni pieni di sogni e sacrifici. Poi scoppiò a piangere, a singhiozzi. Tanto che la proprietaria del centro entrò in cabina, preoccupata.

Eppure, andò tutto bene.

Perché i libri, le tasse, l’iscrizione all’università… glieli pagò proprio lei, la professoressa Monticelli.

E dopo nemmeno tre anni, Clara si laureò in Archeologia. Dopo pochi mesi, seguiva già degli scavi a Pompei.

Questa è una storia che può sembrare una favola. Ma non lo è.

Perché ci ricorda che la fortuna bussa alla porta — ma bisogna farsi trovare pronti per aprirla.

A volte il destino ci mette alla prova, non per punirci, ma per insegnarci a riconoscere il nostro valore.

Clara non ha inseguito un sogno. L’ha abbracciato con le mani sporche di fatica. E ha pregato, ha pregato sempre, perché Dio le desse la forza di farcela, ogni mattina che si alzava, che guardava le foto di suo padre che non c’era più e le mancava da matti.

Pregava per trovare il coraggio di continuare a mettere creme, e modellare gambe, mentre a mente si ripeteva le cose studiate di notte. 

E poi un giorno,  la vita le ha risposto. 

E soprattutto l’ha fatto il cielo!

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