culturalibri

La libreria – un racconto di Benedetta Bindi

Le nuvole, quel pomeriggio di novembre, cominciavano ad attaccarsi l’una all’altra, come se avessero freddo per il troppo vento che tirava.

Le guardavo muoversi freneticamente sopra la mia testa, e pensavo che non preannunciassero nulla di buono.

Avevo ancora mezz’ora di strada prima di arrivare a casa e, se non avessi trovato un bar dove fermarmi, mi sarei inzuppata come un cornetto dentro al cappuccino.

Era lunedì mattina — il giorno in cui teniamo chiusa la libreria che ho aperto con Marta: una piccola realtà di quartiere.

Da noi entrano persone che prenotano libri, chiedono consigli di lettura. È un microcosmo di lettori abituali e curiosi, che spesso mi domandano cosa penso di un autore, quale sia “il migliore”.

Io non dico mai quale trovo superiore: preferisco segnalare le differenze. Mi sembra più onesto nei confronti di chi scrive.

Qui non si parla di matematica — due più due fa quattro — ma di opere, romanzi, saggi. Subentra il gusto personale, non ci sono assoluti.

Quando invece diciamo “sei più sei”, è dodici. E non si discute.

Nella mia libreria capita spesso di entrare in confidenza con i clienti.

Allora iniziano a raccontarmi del nipote o della figlia.

Succede soprattutto con persone più grandi di me — forse perché pensano che il punto di vista di un’altra generazione possa essere diverso.

E credo abbiano ragione: ogni epoca ti trasforma, anche se su certi concetti fondamentali non c’è età.

Essere flessibili è una dote essenziale per capire l’altro, che tu abbia trent’anni come me o cinquantasei come mio padre.

Così può accadere che le mie quattro mura stipate di libri si trasformino, per un breve lasso di tempo, nello studio di uno psicologo.

Spero di essere d’aiuto e visto che molti tornano a chiedermi consigli, forse lo sono davvero.

Un giorno entrò una mia cliente, professoressa di Diritto.

Arrivò trafelata, e si rivolse a me come se fossi una professionista della psiche.

Il figlio diciottenne voleva lasciare la scuola. Aveva litigato con il marito, che la rimproverava di essere stata troppo buona con lui, di averne fatto un “molliccio”.

Mi colpì molto quella parola. Pensai a una medusa nell’acqua.

Che tipo di ragazzo poteva essere, per meritarsi un termine così?

Le dissi di farlo passare da me.

Ernesto, quando lo vidi, non mi sembrò affatto molliccio.

Perso, sì.

Occhi grandi, celesti e malinconici; biondino, alto, magrissimo.

Mi disse che lasciare il liceo e andare a fare il cameriere all’estero, lontano dai suoi, gli sembrava la soluzione migliore per la sua vita.

Gli risposi che poteva essere una buona idea… ma dopo la maturità.

Gli illustrai con calma i possibili scenari se avesse deciso di non prenderla.

Poi gli consigliai un libro: “Le vostre zone erronee” di Wayne Dyer.

A me aveva aiutato molto.

Gli citai una frase che, conoscendo i suoi genitori — entrambi professori universitari — mi sembrava perfetta:

> “Nella vita, le due emozioni più futili sono il senso di colpa per ciò che è accaduto e l’inquietudine per ciò che potrebbe accadere. Eccoli qui, i grandi sprechi: inquietudine e colpa, colpa e inquietudine.”

Presi il testo, glielo misi tra le mani e gli dissi soltanto:

— Vai.

Non lo feci pagare.

Mi ringraziò e corse via.

Dopo pochi giorni tornò a scuola.

Tre giorni dopo riprese a frequentare la classe regolarmente, senza più collezionare assenze.

Prese la maturità quell’anno, e nemmeno con il minimo dei voti.

Ernesto mi è tornato in mente perché è da un mese che non lo vedo.

E anche perché, l’altra mattina, ero giù di morale e avevo preso dalla mia libreria proprio “Le vostre zone erronee”.

Pensavo di andare al parco a leggerlo, ma non mi ero data la briga di controllare le previsioni.

I libri!… Sono come un quadro o una canzone: ogni volta ci appaiono diversi.

Un libro diventa un classico, diceva Calvino, quando si rivela inesauribile a ogni interpretazione.

La sua forza è questa: moltiplica le letture, invece di chiuderle.

Io, a volte, leggo testi così belli da ritardare la fine: una pagina o poco più alla volta, quando sto per separarmene.

Come fosse una relazione.

Un libro può lasciare un segno, dare forma alla nostra vita.

Mi hanno chiesto quale sia, per me, “il libro dei libri”.

Ho risposto che non esiste un testo che, per importanza, soppianti tutti gli altri.

Il libro è come il mare: non può trasformarsi in un lago.

Il libro dei libri ucciderebbe il libro stesso.

Un testo cambia chi lo legge — come accadde a San Francesco, leggendo i Vangeli in volgare, in prigione.

Esperienze di lettura che diventano conversioni.

Tutti siamo esposti a questa possibilità.

Ernesto ne è un esempio.

Ora studia Filosofia alla Sapienza, qui a Roma, non lontano dalla mia libreria.

Spesso si ferma a chiacchierare con me.

Un giorno  mi ha detto:

— Valentina, ho pensato che un bel libro è come un amore: nasce, cresce, si trasforma e finisce. Ma senza davvero concludersi, perché continua a vivere in noi.

— Profondo! Stai diventando un vero filosofo! — gli ho risposto sorridendo.

Poi gli ho dato una pacca sulla testa:

— Tu che volevi lasciare la scuola!

La scorsa mattina, all’improvviso, ha smesso di piovere.

Sono uscita dal bar, ho infilato il casco e mi sono diretta a casa.

Sulla strada è spuntato uno splendido arcobaleno, sottile e perfetto come un pensiero limpido.

Mi sono sentita felice.

Per la visione, certo — ma anche per le pagine di Dyer lette con il caffè, per il ricordo di Ernesto, per la certezza che ogni piccolo gesto che fai per il prossimo torna sempre indietro.

E perché basta donare, o ricevere, le parole giuste per cambiare l’altrui, o la nostra, storia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *