La teologia di una caramella
LA CARAMELLA – La bellezza attrae e affascina. Andiamo alla ricerca del bello anche quando non ce ne accorgiamo. Chi non desidera avere una casa bella, un abito bello, un corpo bello? Più bello di ogni cosa al mondo c’è il bambino, cucciolo d’uomo che s’intrufola di soppiatto e, con prepotenza, si impossessa della tua vita. Beati coloro che sanno stupirsi davanti a questi involucri di schioppiettante vitalità.
Gesù ci chiede di accoglierli, educarli, amarli. Di non scandalizzarli mai. Il bambino, discepolo e maestro di chi lo ha messo al mondo, ci chiede di essere ascoltato. Presto, occorre imparare la lingua in cui si esprime, fatta di sguardi, di gesti, di baci, di carezze, di capricci, di pianti, di sonno.
Domenica, Messa dei bambini, un appuntamento che non perdo mai. Prego, mi diverto, li scruto, li abbraccio, li chiamo per nome, li prendo in giro. Pregano, si divertono, mi scrutano, mi abbracciano, mi chiamano “Zio prete”, mi prendono in giro. Una parrocchia senza i bambini si fa triste; invecchia e muore. Emanuele ha cinque anni. Biondo, delicato, non mi toglie gli occhi di dosso. Aspetta che lo chiami per stare con me sull’altare. Gli faccio un cenno. Corre. Si fida.
Guarda con insistenza l’Ostia santa che porgo ai fedeli. Non so che cosa gli passi nella mente. Prima di deporre nel Tabernacolo la pisside, mi tira il camice e mi fa cenno di abbassarmi. Lo faccio. “Zio prete – la sua vocina è un lieve sussurro – voglio anch’io la caramella di Gesù”. La caramella di Gesù. Incredibile. Confesso che non ci avevo mai pensato. Emanuele mi ha aperto la mente.
Dolce è la caramella, gustosa, buona, saporita. Piace ai bambini, ai genitori, ai nonni, agli amici. “Gesù – caramella”: mi convince questo binomio. Lo userò nelle prossime catechesi. Va bene per i bambini ma anche – e soprattutto – per gli adulti.
Maurizio Patriciello


