cultura

La conversazione – un racconto di Benedetta Bindi

«Nonna» — le dissi, accarezzandole il volto magro, la pelle sottile —

«Vado a scuola, studio, sono in una squadra di pallacanestro,  urlo le mie idee, a qualche manifestazione, suono la chitarra alla messa con devozione… ma non faccio nulla di eroico rispetto alla vita che hai vissuto tu

Lei mi guardò con i suoi occhi ancora vivaci, nonostante la stanchezza e il letto che ormai la tratteneva da giorni.

«Carola,» disse piano, «la vita è eroica. Sono le circostanze di ogni giorno che ci invitano a praticare l’eroismo, anche se non ce ne accorgiamo.

Essere eroici non significa compiere gesti straordinari: significa far emergere il meglio dagli altri e da noi stessi, sostenere l’amore anche nelle relazioni più difficili, esercitare la libertà della mente. Questo, ragazza mia, è già eroico

Fece una breve pausa, iniziò a tossire, mi chiese un bicchiere d’acqua. E io pensai che mai più avrei sentito parole tanto belle.

Poi aggiunse, con un sorriso stanco:

«Io ho affrontato  e fatto cose diverse dalle tue, semplicemente perché sono vissuta in altri tempi — la guerra, la ricostruzione dell’Italia… ma il principio è lo stesso.»

I miei occhi si inumidirono; mi infilai le unghie nei polpastrelli e poi spostai lo sguardo verso la finestra. Ripetei tra me e me la frase: “Non piangere, Carola, non farlo, lei non vuole vederti fragile.”

La nonna mi fissò con uno sguardo serio, lucido, come a dire: non commuoverti.

Poi decisi di parlarle — una cosa che faccio sempre per contrastare l’emozione.

«Nonna, ne terrò conto, grazie. Però a te posso dirlo: a volte mi sembra che mi vada tutto storto, vorrei di più, ma c’è sempre qualcosa che mi blocca.

Sembra assurdo: ho un tetto sulla testa, mangio buon cibo, posso vestirmi come voglio, leggere quello che voglio, uscire la sera, a breve avrò anche la mia auto… Io penso spesso che in altri Paesi c’è la guerra, in alcuni le donne non possono nemmeno studiare. Eppure alcuni giorni sono avvolta da una sofferenza inspiegabile.»

Lei si tirò un poco su dal letto, raddrizzo la schiena, prese un respiro e mi disse:

«C’è una differenza, Carola, tra la sofferenza e il sentirsi vittime.

La sofferenza è universale, il vittimismo è facoltativo.

Ti è capitato che qualcosa vada storto: un ragazzo che preferisce un’altra, una professoressa ingiusta, una delusione inattesa… tutte cose sulle quali abbiamo un controllo limitato.»

La guardavo ipnotizzata, perché era come se giocasse a freccette e prendesse sempre il centro, rosso pieno.

«Ma sentirsi vittime è una scelta interiore. Io sono stata eroica non perché ho vinto le guerre della vita, ma perché non ho mai permesso al dolore di farmi sentire una vittima.»

Poi aggiunse, quasi in un soffio:

«Mai stata pessimista, mai prigioniera del passato. Eppure lo sai: ho perso tuo nonno quando ero giovane, e mio fratello fu fucilato. Però mi sono sempre chiesta: che cosa ho a che fare io con la vita che mi è stata donata? E ho cercato di non sprecarla, anche nelle mattine in cui solo la fatica mi teneva sveglia.»

Si fermò un attimo, chiese da bere, poi continuò — ormai era un monologo dolce e lucido insieme:

«Sai, Carola, i ragazzi oggi cercano la felicità in quell’aggeggio… la scatolina nera che portate sempre con voi. L’altro giorno l’infermiera mi rifaceva il letto, e quella scatolina ha cominciato a vibrare. Lei si è messa a guardare lo schermo ipnotizzata e poi mi ha detto che la sua parrucchiera aveva postato, così ha detto, una foto delle Maldive.

Sono in estasi!” ha detto, e mi ha mostrato l’immagine di una donna in costume, sorridente sulla spiaggia.

L’estasi, come mi disse un giorno il mio maestro di pianoforte, è una condizione interiore.

Nessuno potrà dartela, se non tu stessa! E lei, poveretta, la provava guardando altri in vacanza!»

Mi guardò ancora una volta, con un sorriso pieno di tenerezza.

«Piccola mia — mi piace chiamarti così, anche se sei alta un metro e settanta e hai diciott’anni —, la verità ultima è questa: nella vita farai errori, conoscerai la delusione e non sempre otterrai ciò che desideri. Ma non confondere mai la delusione con la misura del tuo valore

Poi disse che era stanca e chiuse lentamente gli occhi.

Respirava ancora.

Rimasi accanto a lei, in silenzio, come se temessi di spezzare quel filo invisibile che la teneva ancora qui.

E anche adesso che non è più con me, ogni volta che la vita mi mette alla prova, sento ancora la sua voce che mi sussurra:

«Sii eroica, Carola, semplicemente vivendo.»

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