Guarda i fiori mentre cammini all’inferno – un racconto di Benedetta Bindi
Stavo male. Mi rigiravo nel letto senza riuscire a prendere sonno.
«Un’altra notte di dubbi e tormenti», mormorai, alzandomi svogliatamente e andando in cucina a prepararmi una tisana di camomilla e biancospino.
Le gocce di ansiolitico erano nel comodino: mi facevano dormire, sì, ma il giorno dopo era come se mi svegliassi da una sbornia interminabile. Avevo deciso di smettere. Preferivo i vecchi rimedi, quelli che usava mia madre quando da bambino mi prendevano gli incubi.
Non riuscire a trovare un lavoro che mi facesse sentire appagato mi pesava come un macigno. Ogni giorno mi allontanavo sempre di più da ciò che, per anni, mi ero promesso: fare qualcosa che mi rendesse davvero felice. Un’impresa difficile, forse, ma che i miei genitori erano riusciti a realizzare: mia madre pediatra, mio padre rappresentante di materiali edili. Due persone che avevano trovato il loro posto nel mondo.
La mattina dopo quella notte insonne, in cui neppure la tisana aveva sortito effetto, mi guardai allo specchio: occhiaie scure, barba incolta e, soprattutto, quel buio negli occhi.
Per scacciarlo, aprii il giornale online a cui ero abbonato.
Aerei russi avevano colpito civili in Ucraina; una madre raccontava la morte della figlia per mano dell’ex fidanzato; un altro operaio era rimasto ucciso sul lavoro.
La sofferenza non era solo mia. Era una costante del mondo. E in quel momento, paradossalmente, mi sentii compreso — anche se non sapevo da chi.
Ho sempre avuto paura di parlare del mio disagio con gli amici. Forse perché, usciti dall’università , si erano precipitati a salire la grande scala del successo. Chi arrancava, chi inciampava, chi restava indietro, semplicemente mentiva. Non mostrava le crepe era da sfigato farlo.
Con i miei, poi, non ci pensavo affatto: loro avevano centrato il bersaglio giovanissimi, facendo subito il lavoro desiderato.
Perso nei pensieri, feci tardi e corsi in ufficio, dentro quelle quattro pareti celesti che detestavo, a sbrigare pratiche che odiavo.
La sera, dopo cena e una doccia calda, tornò la stessa sensazione feroce che negli ultimi mesi si presentava puntuale: un dolore che il mio corpo non riusciva ormai più a tollerare.
Il diaframma si stringeva, il respiro si accorciava.
Uscivo sul balcone a cercare aria finché l’ansia non sembrava sciogliersi.
Quella sera, invece, mi si appiccicò addosso come una muta.
Presi un libro a caso dalla libreria, come fosse una carta dei tarocchi: un vecchio testo di Kobayashi Issa , poeta e pittore giapponese, che mi aveva regalato mia zia. Da qualche anno lei non c’era più, e mi mancava terribilmente. Lo aprii:
«Il dolore non va rimosso. Le ferite sono feritoie attraverso cui passa la bellezza della vita che hai intorno.
Bisogna guardare i fiori quando si attraversa l’inferno.»
Quelle parole aprirono in me una fenditura.
Accesi il computer e cominciai a scrivere e-mail per tutta la notte e, nei giorni seguenti, a decine di aziende, anche all’estero.
Due mesi dopo una di loro mi contattò: feci un colloquio, e mi presero.
Da allora, dopo l’esperienza della depressione, ho iniziato a chiedermi che cosa significhi davvero vivere.
Forse significa ascoltare la nostra voce più profonda, quella che lasciamo affogare sotto il rumore del mondo.
Io l’avevo soffocata. Per senso del dovere avevo accettato un lavoro che detestavo, solo perché ben pagato e sufficiente a permettermi di vivere da solo.
Come se la dignità dell’esistenza potesse misurarsi in cifre.
Marco Aurelio ha scritto: «Ognuno di noi vive solo adesso, questo breve istante. Il resto è stato già vissuto o è incerto se lo vivrà ».
E allora, per tornare al presente, ho iniziato da gesti semplici: mandare altre e-mail, riaprirmi al possibile, gettare via ansiolitici e sonniferi.
La vita non ci chiede perfezione: ci chiede presenza.
E allora lo ripeto — a me stesso, a chiunque sta inciampando: liberiamoci di ciò che non serve più, delle voci che ci tengono fermi, delle paure che abbiamo scambiato per identità .
Perché quando finalmente smettiamo di difenderci da tutto, qualcosa dentro si apre.
E capiamo che non siamo chiamati a essere invincibili, ma vivi.
A guardare i fiori, sopratutto mentre attraversiamo il nostro inferno.
A ricordarci che ogni passo, anche il più stanco, può essere un inizio.


