Dal Presidente Sergio Mattarella alla “Presidente” Beatrice Fazi
Nonostante avessimo già visto “Cinque donne del Sud” (che considero l’opera teatrale per eccellenza di Beatrice Fazi e ne abbiamo già parlato anche qui) ci siamo ritornati venerdì scorso al termine della due giorni degli Stati Generali della Natalità , invitando amici per fare loro un dono grande, come poi si è rivelato, e per rifarcelo anche io e mia moglie.
Venerdì sera non è risuonato un documento programmatico o una fredda statistica. È risuonata una storia. La storia di Cinque donne del Sud, scritta e diretta da Francesca Zanni e raccontata dalla voce potente e generosa di Beatrice Fazi davanti a 1700 persone.
Mentre le riflessioni tecniche, le proposte politiche e gli interventi autorevoli – incluso quello del Presidente Mattarella che ha aperto i lavori – sedimentavano nelle nostre menti, è stato quello spettacolo a compiere il miracolo più necessario: parlare direttamente ai nostri cuori. E, in un contesto dedicato alla natalità , ci ha ricordato la verità più semplice e al tempo stesso più dimenticata: non si fanno figli solo con le agevolazioni fiscali, ma con il desiderio. Un desiderio che nasce dalla pienezza, dalla bellezza, dalla speranza.
La Fazi ha offerto la degna e sentita conclusione emotiva a quanto istituzionalmente espresso.
Lo slogan di questa edizione degli Stati Generali era “Cambiare paese o cambiare il paese”. Una dicotomia potente che scuote le coscienze e invita a una scelta radicale: adattarci a un declino ineluttabile o rimboccarci le maniche per plasmare attivamente il futuro della nostra comunità ? E cosa c’è di più fondamentale, per cambiare un Paese, che generare il suo futuro? Che mettere al mondo, allevare e amare i propri figli?
Beatrice Fazi, con questo testo, non ha fatto un comizio sulla natalità . L’ha mostrata nella sua essenza più cruda e più gloriosa. Ha parlato di figlie e di figli in continuazione, sì, ma non come numeri o come “problema demografico” da arginare. Li ha mostrati come il filo rosso che lega le generazioni, come la fonte di gioie strazianti e di dolori immensi, come la promessa che si rinnova nonostante tutto.
E qui tocchiamo il paradosso più amaro, ben sintetizzato dal Presidente degli Stati Generali, Gigi De Palo: oggi, in Italia, avere figli è troppo spesso diventato un sintomo di povertà . Una condizione che scoraggia, isola e fa sentire quasi in colpa chi sceglie la vita. Il nostro compito collettivo, come ha sottolineato De Palo, non è dire alla gente quanti figli fare, ma “mettere tutti nelle condizioni di scegliere”. Rimuovere gli ostacoli concreti – il lavoro che manca, le case che costano troppo, gli asili nido invisibili – per restituire alle persone, giovani coppie e singoli, la libertà di una scelta autentica.
La testimonianza che ci è stata riportata è un manifesto perfetto di questo potere. Lo spettacolo ha toccato le corde della nostalgia, risvegliando la lingua e le storie dei nostri genitori. Ha ridato corpo, nella vicenda di Crocifissa, alle figure antiche che popolano la nostra memoria familiare. Ha restituito forza, con la scelta di Nirvana, ricordando a quella madre che il suo istinto, contro il parere di tutti, era l’unica verità . E ha offerto consolazione, con l’idea che la fine sia un ricongiungimento d’amore e ha restituito speranza, perché la giovane dei nostri tempi fa la scelta giusta, quella della vita.
Da una parte, la ragione. La lucida analisi di un’emergenza nazionale, sintetizzata in uno slogan che è una chiamata alle armi per le coscienze: “Cambiare paese o cambiare il paese”. Dall’altra, il sentimento. La forza di un racconto che, come ci ha ricordato la toccante testimonianza di una spettatrice, parla la lingua dei nostri genitori, rievoca i racconti delle nostre estati al Sud, tocca le corde della nostalgia e della forza femminile. Lo spettacolo non è stato una semplice parentesi culturale, ma la degna, potentissima conclusione di tutto ciò che era stato detto nei giorni precedenti.
L’istituzione ha tracciato la rotta, l’arte ha mostrato la meta.
Beatrice Fazi, come un’artigiana della memoria, ha lavorato sull’altro ingrediente, quello senza cui il terreno più fertile rimane deserto: la passione per il domani e il dono in sé del generare. Ha ricordato a tutte le 1700 persone presenti (parlando a tutti e a ciascuno) che fare un figlio è un atto di fiducia coraggiosa nel fluire della vita, è l’adesione a una storia più grande di noi, un ritorno alle radici più vere che ci riporta a casa.
Gli Stati Generali, con il loro slogan provocatorio, hanno lanciato la sfida. Il Presidente Mattarella ha indicato la via istituzionale. Beatrice Fazi, con la sua arte, ne ha illuminato l’anima. Perché le storie belle, come ci è stato detto, “parlano al cuore”. E solo quando un argomento tocca il cuore, smette di essere un tema da convegno e diventa un’urgenza collettiva, un sogno condiviso. Per cui, sì, dobbiamo cambiare il paese. Ma forse, per farlo davvero, dobbiamo prima ritrovare le storie che ci rendono un popolo che vuole ancora generare futuro.
Gli Stati Generali, con Mattarella, ci hanno ricordato il dovere di cambiare il paese. Beatrice Fazi, con la sua arte, ci ha mostrato il perché vale la pena farlo. Perché un paese che non sa più generare, è un paese che ha smarrito la passione per il domani. E per invertire la rotta, servono sia le riforme che le storie. Le prime per permettere la scelta. Le seconde, per ispirare il desiderio di compierla.


