cultura

La vita piena, un racconto di Benedetta Bindi

Era sabato mattina. Ero appena uscito dal supermercato con le buste della spesa “salutista”.

La nutrizionista mi aveva imposto: verdure di ogni tipo, pasta al farro, orzo, gallette di grano saraceno, legumi, fette biscottate integrali, mandorle, marmellata senza zucchero e kefir naturale.

Per far posto a tanta virtù avevo detto addio ai miei budini alla vaniglia, al guanciale, alle salsicce di cinghiale, agli affettati.

La rinuncia più dolorosa, però, era stata il whisky. Prima lo bevevo sporadicamente; poi era diventato come il telecomando: imprescindibile sul divano. Due dita nel bicchiere. Le stesse che, come per magia, comparivano ogni mese sulla mia circonferenza.

Colpa della solitudine? Forse.

Da quasi un anno Veronica era diventata la mia ex moglie, e nostra figlia Caterina aveva deciso di studiare economia a Barcellona. Mi mancavano. Con la casa vuota, la sera divoravo cibo sul grande divano di pelle con un’avidità sospesa tra il conforto e l’autosabotaggio.

Ho capito che dovevo mettermi a dieta quando, in Cassazione, un mio caro amico avvocato mi ha detto:

«Vinicio, se continui a mangiare, non entri più nella tua Cinquecento.»

La mia piccola auto elettrica, silenziosa, di cui vado fiero. Ho venduto il Suv, troppo ingombrante, troppo inquinante. Per i viaggi lunghi, mi sono detto, una macchina posso sempre affittarla.

Così, con le buste della spesa, mi dirigevo verso la mia quattro ruote blu, quando… chi vedo?

Guido.

Un amico del liceo, che non frequentavo più da una vita ma che avrei riconosciuto tra mille, perché ha sempre emanato luce propria. Quelle persone che le guardi e, non so… sembrano fosforescenti.

Tra battute su come fossimo cambiati — lui da ricciolone a pelato e io passato da atletico a… ciambella umana — abbiamo deciso di andare alla trattoria “Er Cassamortaro”, così soprannominata perché vicino al cimitero di Prima Porta.

È specializzata in fagioli con le cotiche, cicoria ripassata e una matriciana carica di guanciale che farebbe urlare la mia nutrizionista.

È stato  il mio rifugio del sabato a pranzo, quando la casa mi sembrava troppo vuota, e avevo  la sensazione di essere solo al modo. Altre mattine ne ero sicuro, allora mi dirigevo a quella trattoria, dove non incontravo mai nessuno che conoscevo. 

Lì  potevo essere me stesso: senza toga e senza orari.

Spesso mi sono trattenuto a  parlare con Luciano, il proprietario. È  rimasto stupito di vedermi, da due mesi non mettevo piede da lui. Gli ho spiegato il motivo,la dieta,  ha sorriso pensando la facessi per una sete di nuove conquiste. Sapeva che mi ero separato. Ci ha dato il mio solito tavolo, io e  Guido abbiamo filosofeggiato sul tempo che passa e che, alla nostra età, ha l’arroganza di accelerare proprio quando vorresti rallentarlo. Abbiamo ricordato i momenti felici. Gli altri — quelli tristi, quelli pieni di assenze — li abbiamo lanciati via, come coriandoli a Carnevale. Non per superficialità: per necessità.

Entrambi avevamo bisogno di leggerezza.

Il vino dei Castelli lo bevevamo come fosse acqua di sorgente, e la nostra lingua si muoveva come la lenza di un pescatore, alla ricerca delle parole che potevano portare alla luce ricordi.

«E quella volta dei raudi sotto casa della prof di matematica? Quella zitella scorbutica che ci dava quattro per allenamento?»

Ridevamo come ragazzini.

«E le notti in motorino per Roma, a rimorchiare le straniere…» aggiunse Guido, «Mi ricordo. Mi ricordo. E anche quando ti sei trasferito all’Eur a gestire il centro sportivo di tuo zio… mi sono sentito senza  una gamba! Poi università il  lavoro, famiglia…si entra in un tunnel che si mangia il tempo come le patatine al cinema: una dietro l’altra, senza pensarci.»

Guido rise: «Ah Vinì, come sei saggio!»

Rivederlo era una benedizione. Aveva ancora gli occhi intelligenti di sempre.

Versandogli ancora vino, gli ho detto:

«Sai cosa penso, Guido? Il tempo non è buono né cattivo. È indifferente. Scorre. E noi possiamo solo scegliere se nuotarci dentro o guardarlo dalla riva.»

«E noi che facciamo?» chiese.

Poi, rispondendosi da solo:

«Eh… ce nuotiamo. Il tempo, ogni tanto, ci dà una sosta.»

«Alla sosta», dissi sollevando il bicchiere.

«Alla sosta», rispose lui.

Poi gli chiesi:

«Vedo che non porti la fede. Non ti sei sposato? O…?»

“Ci sono andato vicino a sposarmi… nove anni di convivenza. Poi basta, ha detto lei. Pochi mesi fa. Proprio quando mi ero deciso a fare una famiglia.»

«Ti sei deciso tardi.»

Rise: «Me conosci… ce pensavo troppo anche da giovane. Infatti le più belle te le prendevi sempre tu

E giù a ridere.

Io ho avuto l’impulso di citare un verso della mia poetessa preferita, Alda Merini:

«Non ho paura della morte. Ho paura dell’amore.»

«Hai centrato in pieno. Elvira è in Polonia dalla madre malata, ma quando torna me la sposo, ogni sera farò una serenata sotto la sua finestra, me deve di de sì  …»

E poi abbiamo a preso a cantare:” Roma nu fa la stupida stasera, dammi la mano è fammi di de sì”.

Qualcuno ha iniziato  a cantare con noi, qualcuno ha riso.

Gente semplice: operai, due ragazzi della nettezza urbana, una coppia di anziani.

Dopo pranzo abbiamo fatto due passi in un parco.

Poi ci siamo addormentati  sotto un albero come due studenti fuori corso, con la testa che ancora girava tra ricordi e vino.

Quando la sbornia ci è  passata ho detto :

«Il tempo scorre sempre alla stessa velocità. Siamo noi che, a volte, rallentiamo. La vita piena: a quella dobbiamo mirare, Guido, come ho sentito dire a uno psichiatra in tv, non alla vita lunga.»

«Alla vita piena», ha risposto abbracciandomi, e ci siamo salutati.

Ho preso l’auto,  al semaforo il telefono si è illuminato. Ho creduto che Guido volesse dirmi qualcosa: al liceo spesso ci sentivamo anche dopo aver passato la giornata insieme.

Leggo: “Vinicio, puoi passare da me adesso?

Veronica”.

Il cuore ha accelerato e anche l’auto.

Arrivato davanti al suo portone ho preso fiato, mi sono guardato nello specchietto: un pezzo di cicoria faceva capolino  tra i denti.

L’ho  tolto, sono sceso dall’auto e ho  suonato il campanello.

Veronica mi pareva ancora più bella, con capelli più corti e i colpi di sole biondi. “Grazie  per essere venuto. Entra.»

Entro.

«Vinicio…»

«Dimmi», dico, con la voce che fa concorrenza al frigo quando sta per rompersi.

«Il rubinetto del bagno perde. Non riesco a chiuderlo. E tu con ‘ste mani… sei sempre stato bravo.»

Rimango muto.

Lei sorride:

«Che pensavi, scusa?

“Nulla credevo qualcosa di grave, mentendo” . Mentre avvito, svito lei dalla porta dice:

«Però stai meglio, eh. Più… asciutto. Continua così.»

Il cuore ha fatto un salto carpiato, mentre il rubinetto ha smesso di gocciolare.

«Fatto», dico.

«Grazie», dice lei. 

E mi guarda in quel modo che solo io conosco, che solo io so cosa voglia dire senza parlare. 

Salgo in macchina. Il semaforo diventa verde.

E per la prima volta da mesi, mi sembra che il tempo non mi stia scappando: mi stia aspettando.

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