Il cuore elastico – buon Natale da Ilcentuplo con un racconto di Benedetta Bindi
Mi avevano portato alla Caritas tre amici, perché dicevano che mi donavo poco agli altri.
Sempre battute su quanto fossi viziato, figlio unico.
«Il Luca che ha tutto. Dai, alza il sedere e vieni ad aiutarci al pranzo di Natale. I tuoi lo apprezzerebbero.»
E così sono andato. Mi presento alla Caritas alle 10.30. Prepariamo i tavoli, poi iniziamo a distribuire i pasti.
Per snobismo — lo ammetto — mi aspettavo persone molto malridotte: quelli che dormono in stazione o sotto i ponti.
Invece c’erano anche uomini e donne che avrei potuto incontrare tranquillamente alle poste o al supermercato.
Poi è arrivata lei.
Vera.
Appena è entrata ha preso tutto lo spazio intorno e l’ha gettato via. Vedevo solo lei.
Tanto che il signore davanti a me, un vecchietto barbuto e piuttosto malandato, mi ha detto:
«Oh, sei imbambolato? La carne! Metti la carne nel piatto o ti cade per terra!»
Per incanto, Vera è venuta proprio da me.
L’ho servita, e ho dato da mangiare anche alla bambina che aveva accanto. Quando abbiamo aperto i pandori, a lei ho dato una fetta bella grossa.
Era giovane, bellissima, con occhi grandi che racchiudevano tutto il mistero del perché, proprio il giorno di Natale, fosse lì — forse con sua figlia.
Al momento dello spumante abbiamo fatto tutti un brindisi e finalmente le ho parlato.
Vera è ucraina. Ha perso il marito e due fratelli. Era arrivata a Roma ospitata da una signora che, col tempo, l’ha cacciata di casa per gelosia: sosteneva che suo marito si fosse innamorato di lei. Vera mi ha giurato che era una bugia.
«Conosco lo sguardo degli uomini. Lui no amore per me. Occhi di signore uguali a quelli di mio papà , capito?»
Io ho annuito, e non riuscivo a guardarla come farebbe un padre, così sono arrossito. Poi a lei sono scese due lacrime, che ha asciugato in fretta per non farsi vedere dalla piccola, che non proferiva parola. Per fortuna è iniziata la musica e sono partite le canzoni di Natale, ho preso lei e sua figlia per mano e ci siamo messi a ballare.
Avrei voluto portarle a casa mia.
Avrei voluto essere un uomo già fatto.
Avrei voluto dare a quelle due anime bellissime tutto ciò di cui avevano bisogno.
Mi sono arreso alla realtà : ho solo ventidue anni, devo ancora laurearmi e trovare un lavoro. Però qualcosa per loro l’ho fatto.
Mia zia Emilia, che vive da sola, sta sistemando la sua casa per offrire loro un alloggio.
Questo Natale mi ha insegnato molto:
che i poveri, purtroppo, sono in continuo aumento — anche tra persone istruite e capaci;
che la vita è sempre più cara;
ma soprattutto che l’amore non è una cosa limitata, ma si può allargare.
E più lo tiri, più scopri quanto ancora può contenere.
Come fanno i miei amici che fanno volontariato.
Come sto iniziando a fare io, da quando ho capito che il cuore è elastico.
Questo 25 dicembre non ho fatto nulla di straordinario. Ho solo smesso di guardarmi allo specchio e ho iniziato a guardare negli occhi gli altri.
Ed è lì che ho capito una cosa semplice e terribile: che quando ti accorgi davvero che non ci sei solo tu, non puoi più tornare indietro.
Da quel momento, o ami di più… o smetti di chiamarti uomo.


