cultura

Ridere per non piangere: la paternità smarrita e ritrovata nel film di Zalone

“Buen Camino” è un film leggero, creato per divertire assecondando la capacità che ha Checco Zalone di portare in scena personaggi improbabili che incarnano le fragilità e le contraddizioni della società contemporanea. Personaggi che sono apparentemente lontani anni luce da te e quindi puoi riderne e sorriderne. Ma che mettono in scena aspetti che ti appartengono, che ti stanno appiccicati sul corpo e sul cuore, anche se fai di tutto per non mostrarli al mondo.

Nel nuovo film di Zalone, colpisce la capacità che il regista ha di far sorridere raccontando una storia di paternità assente, una vicenda di adolescenza sofferente, una ricerca di spiritualità oggi più che mai necessaria, ma desertificata nelle vicende degli umani del terzo millennio.

Il protagonista è un padre apparentemente instupidito dalla sua ricchezza, ereditata e mai sudata. E’ un uomo che vive di forma, senza alcuna sostanza. E’ la caricatura del successo senza percorso, della ricchezza senza merito, dell’apparire che si mangia l’essere. Sarà sua figlia adolescente a permettergli di invertire la rotta. Perché improvvisamente, quella figlia che ha tutto, si accorge di non avere niente. O meglio: teme di non essere niente. Così fugge e si mette in cammino lungo il percorso di spiritualità più “battuto” al mondo: il cammino di Santiago. E’ lì che il padre decide di andare e riprendersela. Ci arriva in Ferrari, convinto che basterà una borsetta da qualche migliaio di euro a farle interrompere il cammino di ricerca di sé, facendola rinsavire e tornare alla vita di prima.

E invece no perché quella ragazza sta davvero cercando il senso profondo del suo esistere. E di un padre col parrucchino in Ferrari non ha alcun bisogno anche se ha tremendamente bisogno di un padre così quel padre pupazzo diventa un papà vero giorno dopo giorno, camminando su un percorso fatto di natura e relazioni, di essenzialità e spiritualità. Si toglie il parrucchino, abbandona la Ferrari, si cambia abito. Gli accade quello che a molti uomini succede nel passaggio da uomo a padre: si evolve e si trasforma in “uomo vero”, attento a ciò che conta.

Tutti i falsi miti del vivere contemporaneo vengono messi alla berlina in questa storia: il mito del sesso, del denaro, del successo vengono raccontati come maschere iconiche di un’umanità che ha profondamente perso la propria essenza. Si ride e si piange. A me è piaciuto in questo film la narrazione di un padre che viene ri-educato dal dolore di una figlia di cui si accorge di non sapere nulla. a cui deve imparare a stare accanto, facendo la fatica di ribaltare tutto ciò che ha inseguito fino a quel momento. Mi è piaciuto che Zalone individui nel cammino – anche spirituale – una via per ritrovare il senso del proprio abitare la vita.

E’ un film che fa ridere, che fa piangere, che fa pensare. Che mette noi genitori davanti a due domande: tu sai chi sei veramente? Di tuo figlio che cosa hai capito davvero? Per un film che doveva solo far ridere è davvero “tanto roba”.

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