Philippe Antonello, fotografo sul set di “Buen Camino” ci racconta la sua esperienza
Anche noi, in famiglia e con amici, siamo stati a vedere Buen Camino di Checco Zalone e siamo usciti colmi di gioia, perché abbiamo riso, pianto e ricevuto tanti messaggi positivi in stile “il centuplo – solo cose belle”. Per questo abbiamo incontrato – per il “centuplo”, ma presto avremo anche come ospite a Radio Mater – Philippe Antonello, che ha seguito la preparazione del film come direttore della fotografia.
1) Philippe, in che cosa consiste esattamente il tuo lavoro, e in particolare che cosa vuol dire stare dietro, insieme alla produzione, a un film?
Il ruolo del fotografo di scena, del fotografo sul set, è quello di produrre le immagini che andranno a comporre tutto il pacchetto di materiale che serve alla promozione del film. Quando si sfogliano i giornali, si naviga in internet o si vedono le immagini al cinema, quasi al cento per cento quel materiale è stato scattato da un fotografo sul set. Nel caso di Buen Camino ho seguito tre mesi di produzione: un mese a Roma e due in Spagna. Ogni giorno documentavo la lavorazione, producendo quelle immagini che oggi vediamo ovunque, anche grazie al fatto che il film sta andando benissimo.
2) Siamo stati, insieme a migliaia di italiani, a vedere questo film che ci ha fatto ridere e piangere: tu hai una preferenza? Che ricordo più bello conservi di questi mesi con la Indiana Film? Qual è la foto più significativa che ti porti via da questa esperienza?
È stata un’esperienza molto, molto positiva, da tutti i punti di vista. Anzitutto da quello umano: eravamo una troupe di 150 persone, più tutti gli spagnoli quando lavoravamo in Spagna, e la nostra vita si è accordata con questo road movie che facevamo insieme. Si creano legami sul set, nascono amicizie. Tutti eravamo fan di Checco Zalone, quindi c’era davvero la volontà di mettere la nostra professionalità al servizio di un bellissimo progetto con lui. Lo abbiamo letto, ne abbiamo parlato, ci abbiamo vissuto dentro tre mesi: per noi che ci abbiamo lavorato è difficile avere un’opinione oggettiva, perché siamo parte del progetto. Posso dire che è stata un’esperienza bellissima: un viaggio, tanti incontri, tanto divertimento, anche in un ambiente di lavoro intenso, tra sveglie all’alba e notti brevi. Tutte le energie che abbiamo messo dentro si sono ritrovate. Questo, ovviamente, non garantisce il successo di un film: noi prestiamo le nostre capacità a un artista, che in questo caso è Checco, che si occupa di tutto il resto. A volte però ci rendiamo conto che il regista e gli attori tengono ad essere accompagnati dalla troupe, e questo fa la differenza nelle relazioni che si creano. Lo dicevamo ogni giorno: un’esperienza così capita una volta ogni dieci anni. E il successo di questi giorni lo sta confermando, rendendo tutto ancora più gratificante.
3) A me è piaciuta molto la figura di Suor Alma: dolce, tenera, ma ferma quando necessario, come tante suore che conosciamo. Quanto era voluta questa caratterizzazione, questa dolcezza, o è solo una mia sensazione?
Gennaro Nunziante e Luca Medici (Checco Zalone) nella sceneggiatura avevano già disposto le pedine per far emergere anche la commedia. Contrapporre a Checco – che all’inizio del film rappresenta una certa mentalità chiusa e poco attenta agli altri – la figura di una suora della quale lui si innamora, senza nemmeno rendersene conto, crea già da subito la situazione comica. Il pubblico lo scopre insieme al protagonista. Penso che per Gennaro e Luca fosse anche un modo per segnalare quanto la fede possa esprimersi. Non so quali fossero le loro intenzioni originarie, ma credo che siano molto sensibili all’aspetto religioso, senza mai fare proselitismo. Del resto, il film si conclude nella Cattedrale di Santiago: un luogo di culto, una chiesa. Quindi c’è un mondo che appartiene a loro, come tutti gli altri temi affrontati.
4) Philippe, a uscirne bene non è solo il lieto fine in stile “centuplo”, che ci piace molto, ma anche il Cammino di Santiago, luogo di spiritualità e incontro per milioni di persone (a me è venuta voglia di mettermi in cammino). Era tutto voluto?
Il Cammino di Santiago è stata la scelta di partenza, la base sulla quale hanno costruito la sceneggiatura, la commedia, le battute. Per loro credo abbia un significato molto importante: il significato del cambiamento, del rinnovamento. È un percorso legato alla religione, ma aperto a tutti; lungo il tragitto si incontrano persone da tutto il mondo. Noi non l’abbiamo fatto a piedi: ci spostavamo in macchina tra i luoghi segnati dal percorso, ma dove si prendono le credenziali o ci si ferma, si incrociano tantissime realtà diverse. Per me è stata una sorpresa: non mi aspettavo di trovare tante persone, e soprattutto di percepire quanto quest’esperienza fosse carica di significato per chi la vive. Anche per noi, che non abbiamo fatto 25 km al giorno a piedi, è stato un percorso formativo, di vita. Un elemento importante per tutti coloro che hanno lavorato al film.
*5) Philippe, seguire la lavorazione di questo film ti ha cambiato? Se sì, come? È stato anche per te un *buen camino?**
Il Cammino di Santiago ha questo effetto, anche a “misura ridotta” per chi, come noi, non lo ha percorso fisicamente, ma ne ha visto i luoghi e respirato l’atmosfera. Credo che la fatica fisica sia parte importante del processo per lasciarsi alle spalle ciò che si era prima. È stato bellissimo incontrare tante persone, condividere la stessa curiosità e passione, scoprire posti che non conoscevamo e che mantengono intatto il fascino di secoli fa. Forse è proprio questo, insieme alla dimensione spirituale – che ovviamente è preponderante – ad affascinare le persone. Mi ha cambiato? Mi ha fatto venire tante domande. E ne resta una in ballo: lo farò, il Cammino, o non lo farò?
Buen Camino si rivela, attraverso le parole di Philippe Antonello, molto più di una semplice commedia: è il racconto di un’esperienza collettiva, umana e professionale, che ha lasciato il segno in chi l’ha realizzata. Il film, in perfetto stile Ilcentuplo, oltre a far ridere e riflettere, porta con sé l’eco di un viaggio reale e simbolico, quello verso Santiago, che continua a interrogare e ispirare. Forse, come suggerisce Antonello, il vero “buen camino” inizia quando la storia finisce, e resta in ognuno la curiosità di mettersi in cammino, dentro e fuori dallo schermo.


