cultura

Preghiera – un racconto di Benedetta Bindi

Avevo iniziato l’anno nuovo con la consapevolezza di essere entrato nell’età adulta già da un pezzo e che non potevo più illudermi che il mio lavoro da dentista non fosse definitivo, né che la mia relazione con Paola fosse solo una delle tante.

Mi guardavo allo specchio e notavo che qualche piccola ruga circondava i miei occhi azzurri, e che sulle tempie facevano capolino, ribelli, alcuni capelli bianchi.

Eppure continuavo a fare, dentro di me, progetti assurdi quando la realtà mi opprimeva. Pensavo di lasciare lo studio in cui lavoravo, lasciare la mia donna, salutare i miei e andare lontano, a fare immersioni e vivere di poco. Idee che puoi avere a diciott’anni, ma non a trentasei.

Così, quel quattro gennaio, avevo deciso che era il momento di cambiare qualcosa in me, di trovare un modo per essere migliore.

Di fronte a ogni problema mi risultava più facile dire: “mollo tutto e chissenefrega”, piuttosto che affrontarlo davvero.

Questo nel lavoro, come nella vita privata.

Quella mattina, pochi minuti prima delle sette, mi sono infilato la termica e la tuta e sono andato a correre al parco, mentre Paola dormiva ancora beata sotto il piumone, stremata dalla lite della sera prima, durante la quale mi aveva rimproverato di non voler crescere.

C’era una lieve nebbiolina, tanta umidità e un silenzio meraviglioso lungo la stradina tra gli alberi. Sono arrivato al laghetto stremato: avevo corso forte per calmare l’inquietudine. Mi sono seduto su una panchina, e poi è arrivato lui: Franco.

Un signore distinto, con un cappotto blu. Teneva un libro tra le mani e mi ha chiesto se poteva sedersi.

«Certo», gli ho risposto, e abbiamo iniziato a conversare del più e del meno: dei problemi della città, dell’inquinamento, finché mi ha detto:

«È stato bello parlare con lei. Ora vado a pregare, e poi con questo freddo non fa bene restare seduti».

Curioso, gli ho chiesto se pregasse passeggiando.

«Certo! La preghiera si può fare anche camminando, per schiarirsi le idee. Non è confinata solo in una chiesa, in una sinagoga o in una moschea».

L’ho guardato senza dire nulla, e lui ha continuato:

«La preghiera è una forma di risveglio per il corpo e per lo spirito. Solo così, mi creda, l’anima si rimette a posto, ristabilisce l’ordine, a prescindere da quale potere superiore sia l’oggetto della preghiera. Lei ha uno sguardo malinconico: mi creda, la preghiera può aiutarla a scoprire il motivo per cui è su questa terra. A presto, mi chiamo Franco».

«Ci proverò,  mi chiamo Giulio», ho risposto.

Mi ha sorriso e si è allontanato.

Ho spesso pensato alla mia risposta decisa, e a  chi fosse quell’uomo alto, dallo sguardo vivo, senza alcun accento, che mi avevo letto dentro.

Non l’ho più incontrato, ma le sue parole mi sono rimaste tatuate sulla pelle.

Dopo averle ascoltate, non sono tornato a casa a fare la doccia. Ho preso un caffè al bar e sono entrato in chiesa.

Da quel giorno ho imparato a pregare per chiedere assistenza in tutto ciò che faccio. Non pensavo di sposarmi, e invece ho una fede al dito; non pensavo di cambiare pannolini, e ora ho una bimba di due anni.

Prego per continuare a sentirmi centrato nella mia vita e coinvolto in quella delle persone che amo e di cui mi prendo cura.

La preghiera, ho capito, può essere un grido, una richiesta, un’espressione di dolore. Non sempre porta risposte immediate o facili, ma se è fatta con il cuore, una risposta arriva sempre.

A volte non cambia ciò che ci accade, ma cambia il modo in cui restiamo.

E così, ogni volta che mi sento perso, torno a camminare. E, passo dopo passo, prego.

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