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Un abbraccio in aula, una confessione al freddo: la “faccia tosta” della fede giovane incontra Papa Leone XIV

I giovani su certe cose ci arrivano prima. Senza troppi giri di parole. Noi adulti tiriamo avanti facendo spallucce, riempiendo carrelli al discount, occhi bassi e fretta di arrivare a fine giornata per cominciare la mattina dopo come prima. Che vuoi fare così è la vita.

E invece loro, i giovani, no. Così la vita un corno. Lo dicono chiaro che qualcosa non va più, da un pezzo. Che stiamo morendo di solitudine, una solitudine che toglie la vita anche ai loro coetanei.

Pure al Papa sono andati a dirlo, sabato scorso sera. Erano migliaia dalla pastorale giovanile di Roma.

Talmente tanti che in aula Paolo VI non ci entravano.

Molti sono rimasti fuori in piazza al freddo, tenaci come i giovani sanno essere quando sentono a naso che ne vale la pena, a seguire l’incontro dai maxi schermi. Il Papa s’è commosso, è andato a salutare loro fuori per primi. A ringraziarli di esserci.

(Da Costanza Miriano: “Ha 14 anni. Non è riuscito a entrare in sala Nervi, all’incontro del Papa coi giovani di Roma. E’ in un gruppetto rimasto fuori, al freddo. Il Papa passa e si ferma un po’ con quei ragazzi, gli vuole dedicare del tempo. Il quattordicenne – fuori da ogni cerimoniale, con una faccia tosta da record – gli si butta al collo e gli chiede di confessarlo. E Leone XIV risponde “sì, prego”. Lo ascolta per qualche minuto, gli fa anche delle domande, gli chiede quanti anni ha, gli dà dei consigli, poi anche una penitenza, infine l’assoluzione. Lo benedice con il segno della croce sulla fronte. Ma penso che quello che segnerà di più questo ragazzo – figlio di una mia amica – sarà l’amore di un pastore che si è fermato davvero con lui, lo ha ascoltato, lo ha guardato con amore. Abbiamo un grandissimo Papa.”)

Dentro l’Aula Paolo VI alcuni ragazzi hanno preso il microfono.

Quella solitudine può essere spezzata, partendo da cose semplici: dire ti voglio bene, non sei solo.

Matteo poi, un venticinquenne, ha l’intuizione del secolo. Semplice e geniale.

Anche il Papa ha bisogno di sentirselo dire, che non è solo in questo compito grave di pilotare la Chiesa verso il cielo, che proprio per questo gli si vuole davvero bene. E gliel’ha detto. Papale papale, appunto.

Ma le cose a volte si dicono meglio con i gesti. E allora Matteo gliel’ha chiesto, un abbraccio, al Papa.

Figurati, subito s’è alzato Leone. Scese le scalette ha stretto quel ragazzo alto più di lui.

E stringendolo gli ha detto “Grazie, Matteo”.

Grazie davvero Matteo.

Perché ci hai ricordato che il Papa prima ancora che Papa è un uomo. Come Pietro.

Che poi Papa viene dal greco pàpas che vuol dire babbo. Un papà, di una marea di figli.

Con responsabilità grandi, e grandi nemici, capace di incontrare capi di stato, e di inginocchiarsi a terra per salutare un ragazzo disabile.

A volte la preghiera può partire da un abbraccio.

Anche questo è salvezza.

Anche questo è salvarsi insieme.

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