cultura

La nostra strada nel mondo – un racconto di Benedetta Bindi

È pericoloso tuffarsi nel passato; se ti avvicini troppo, non te ne liberi più.

Eppure, mentre mi rigiravo tra le lenzuola con la vana speranza di prendere sonno, non riuscivo a non pensare  a come io e mia madre fossimo fuggite da quell’appartamento di via delle Rose, in una mattina  d’agosto.

Con poco addosso, una piccola valigia e la voglia di trovare la nostra strada nel mondo.

Alcuni dicono che ho talento, soprattutto  Paola, la preside della scuola dove insegno, dice che percepisco e assorbo le emozioni come una spugna, anche le più nascoste.

 “Ha un’empatia fuori dal comune, Vittoria. Tante mamme vengono da me per sapere quando prenderai la prossima prima”.

Questo mi lusinga, ma essere una spugna è anche uno svantaggio: ho dei buchi dove si infila di tutto, anche cose che vorresti dimenticare, che rimangono nel profondo di me e sedimentano. A volte mi serve una bella strizzata per sputare via il dolore accumulato.

 E quella notte, per quanto mi rigiravo nel letto, non riuscivo a “strizzarmi”, e il ricordo delle mani di mio padre tornava a ossessionarmi.

Mani grandi, mani senza fine”, ha scritto Gino Paoli per Ornella Vanoni, pensando all’amore. Io, al contrario, sentivo quella frase come una ferita: le mani di mio padre erano state tutto fuorché affetto, per me e per mia madre. Nell’ultimo periodo trascorso con lui, ci picchiava parecchio. A lei di più, con me si teneva. A volte alzava il braccio e, quando era vicino al mio volto, dava un cazzotto a qualsiasi oggetto vicino per evitarmi. La faccia di mia madre, invece, si poteva pizzicare, ammorbidire a suon di manate, come fosse pongo.

Per questo sono brava con i miei alunni: riesco a percepire il minimo sbalzo d’umore, il più piccolo fremito di sopracciglia di chi ho davanti.

Ho fatto scuola con mio padre, avevo imparato a capire dal minimo movimento del suo corpo se era il caso di cercare riparo, di mettermi le mani sulle orecchie e chiudere gli occhi.

In ogni caso, quando divenne manesco in modo eccessivo —iniziò piano, come un treno che parte dalla stazione e poi, gradualmente, prende velocità— mia madre ebbe la forza di lasciarlo.

Eravamo noi tre in una piccola casetta affittata in Toscana per le vacanze. Lui era andato via all’alba a pescare con un amico, e noi siamo fuggite, dirette a casa di mio nonno a Trieste.

Io non ho fatto l’errore di mia madre: ho scelto con cura il padre di mia figlia.

Però l’altro giorno, quando mio marito ha avuto una lite con lei, per un ragazzino che Sarah frequenta e che a lui non piace, ho visto nel suo sguardo la rabbia. Mi è sembrato di vedere gli stessi occhi di mio padre quando gli ho detto di lasciarla in pace.

E da quel giorno non sono  più riuscita a dormire, e ad essere tranquilla. Mi domandavo:”E se cambiasse anche lui?”

Gerardo è diverso”, mi ripetevo. “Nostra figlia lo porta al limite, lo provoca. Con quel ragazzino con sei orecchini al lobo, tatuaggi che escono dalla maglietta come fossero edera, lo sguardo perso, la sigaretta sempre in bocca,  e il motorino scassato, è normale che perda la pazienza a vederla girare con lui. Io so che è solo un momento di passaggio per lei, a opporsi non si ottiene nulla. In ogni caso Gerardo non supererà mai il limite”. 

Eppure  la ragione mi sfuggiva via, come un panno steso al vento, e continuavo a guardare il soffitto e stavo male.

Poi, l’altra sera, mio marito  mi ha preso le mani, mi ha guardata negli occhi e ha detto:

«Mi eviti e mi guardi come se fossi un indemoniato da quella lite con Sarah. Ma io non sono lui….».

Non ha alzato la voce. Non c’era rabbia nei suoi gesti, solo fatica e amore impacciato. È rimasto lì fermo, e mi guardava. In quel silenzio ho capito la differenza: le mani che avevo davanti non facevano paura, non cercavano di dominare, non colpivano. Erano mani che sapevano fermarsi.

In quel momento qualcosa si è sciolto. Non il passato — quello non se ne va — ma il suo potere su di me.

Le mani di mio padre erano state infinite nel dolore.

Quelle di Gerardo, invece, hanno un limite. E in quel limite c’era la salvezza.

La violenza non è un destino, né un tratto del carattere. È una scelta. E come ogni scelta può essere rifiutata.

Ci sono uomini che non alzano le mani, perché sanno che la forza vera è restare umani.

Riconoscerlo è un atto civile. Dirlo è necessario.

Perché raccontare la differenza significa spezzare la catena, dare un nome al rispetto.

Scegliere di non far male al prossimo  è, ogni giorno, la forma più alta di responsabilità. 

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