cultura

Nonna Domitilla – un racconto di Benedetta Bindi

Correvo sulla statale diretta da nonna Domitilla.

Mi avevano detto che era caduta: una ferita al ginocchio, nulla di grave. Le infermiere avevano avvisato anche mia madre; lei sarebbe passata nel pomeriggio.

Avrei potuto fare a meno di andare, ma volevo vederla.

La nonna è l’unica persona che mi abbia mai dato amore senza giudizio: solo sentimenti forti e autentici, tra di noi.

Ogni volta che ci incontriamo nella struttura ai Castelli, dove vive insieme ad altri anziani, mi sento in pace.

Quando il tempo lo permette, ci sediamo su una panchina a osservare i fiori dell’aiuola. Lei mi racconta momenti del suo passato: a volte sono storie che conosco, altre volte sono nuove.

Con la rete consumata della sua memoria si immerge nel passato e qualcosa di solido pesca sempre; il presente, invece, le scivola via veloce attraverso i buchi.

Se le chiedi cosa ha mangiato a pranzo, storce la bocca: non lo ricorda.

Eppure una cosa strana accade: se non mi vede per un po’, non aspetta che la chiami io. Lo fa lei.

Proprio come oggi.

Abbandono l’auto nel parcheggio visitatori e salgo le scale di cui conosco ogni gradino. Le operatrici sanitarie mi salutano. Busso alla sua porta. Entro: è seduta in poltrona con l’uncinetto in mano.

Appena mi vede, si illumina.

Il suo sorriso mi scalda.

Ha i capelli raccolti, una camicetta a fiori e sopra un cardigan rosa. Indossa una gonna blu e ha la caviglia fasciata.

«Che hai combinato, nonna?»

La bacio sulla guancia, su quelle rughe in cui sono impressi i momenti più belli della mia infanzia.

«Sono caduta in bagno, a causa di quel maledetto gradino.»

Me lo indica. Non ha torto: l’architetto che ha progettato l’edificio ha fatto la cosa più stupida possibile per una struttura per anziani.

«Sto bene. Ma volevo darti il mio quaderno. L’ho finito ieri. Voglio che lo tenga tu. Sai… se mi accadesse qualcosa, lo prenderebbe tua mamma

Appoggio la testa sulle sue gambe.

Mi accarezza i capelli come quando ero bambina. Chiudo gli occhi. Dimentico il mondo.

Sento le sue dita massaggiare il cuoio capelluto fino alla radice. Una lacrima vorrebbe scendere: sto attraversando giorni difficili, e il pensiero di perderla è devastante. Tra un mese compirà novant’anni, non durerà per sempre.

La lacrima scende. La nascondo con la mano, come refurtiva di un ladro.

Con la sua voce vivace dice:

«La memoria mi gioca brutti scherzi ultimamente. Ma non mi faccio fregare!

Ho scritto dei pensieri per te.

Non leggere tutto subito, non è un compito. Non sei a scuola. Come eri brava… me lo ricordo ancora. Eri una vera secchiona! Non hai preso da me

Le sorrido. Nonna ha iniziato a lavorare come sarta a sedici anni: non era fatta per i banchi di scuola.

Mi accarezza la mano mentre mi raddrizzo e ci guardiamo negli occhi.

«Hai due spalle e un seno… una cascata di capelli. Ci credo che tuo marito, quando ti ha incontrata, è impazzito per te! E più passa il tempo, più sei bella!»

Rimane in silenzio. Io sento un groppo alla gola. Poi riprende:

«Adesso andiamo al sodo: di soldi non te ne lascerò. Questa struttura mi ha prosciugato tutti i risparmi.»

La interrompo: «Ma a che pensi, nonna!»

Mi si stringe il cuore.

«Penso pratica, come diceva mia madre!

Tutti, quando si parla di denaro, dicono che non sono discorsi da fare. Tua madre per prima. Ma ahimè, quanto servono nella vita…

Io francamente te ne avrei voluti lasciare, ma è andata così.

Tua madre voleva….ma io sono nata libera: vivere insieme a lei per me sarebbe stato letale

Ride, mostrando la sua dentatura finta perfetta, e anch’io rido, fluttuando nella sua felicità, in assenza di gravità.

Poi le sue parole mi riportano con i piedi per terra.

«A quest’ora dovresti essere al lavoro. Esci di qui, Carla! Sbrigati

La sua testa, in fondo, funziona ancora.

«Ho fatto solo una deviazione per vedere come stavi. Nel pomeriggio passa la mamma.»

Sbuffa e alza gli occhi al cielo.

«Cerca ogni tanto di riposare, sei pallida. E saluta tuo marito, non lo vedo da tempo.»

Mi si serra la gola. Lascio che gli occhi mi si arrossino solo dopo aver chiuso la porta.

Non le ho detto che io e Paolo ci siamo separati.

Risalgo in auto e parcheggio vicino al mio ufficio. Non riesco a trattenermi: apro il diario, solo per leggere una pagina.

Cara Carla,

le risposte importanti non arrivano subito: maturano come i frutti, nel silenzio.

Ricorda questo: non tutto ciò che pesa è un errore, e non tutto ciò che fa male è una perdita.

A volte la vita toglie solo per costringerci a guardare meglio ciò che resta.

Non misurare mai il tuo valore da ciò che finisce,

ma dalla cura con cui hai attraversato ciò che ti è stato dato.

Le persone non si possiedono, si incontrano.

E ogni incontro vero lascia qualcosa che non muore.

Quando ti sentirai sola, non cercare di riempire il vuoto: ascoltalo.

Il vuoto è uno spazio sacro. Serve a far entrare ciò che conta davvero”.

Chiudo il diario.

Forse nonna ha intuito qualcosa, perché certe cose si riconoscono:

cambiano il modo in cui entri in una stanza,

il modo in cui abbassi gli occhi,

il modo in cui trattieni il respiro.

Oppure mia madre, come al solito, ha parlato troppo.

Salgo in ufficio e ripenso alla sua risata, al sacro vuoto come l’ha chiamato la nonna.

Serro le mani in ascensore e prego fino a quando le porte si aprono.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *