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Rubare tempo all’orrore: la politica della bellezza

Il tempo è poco, la violenza è tanta, il bisogno di pace urla, per questo mi sto dando da fare.

“C’è tanto lavoro da fare e non c’è tempo da perdere” ultimamente è la frase che ripeto più spesso nei corsi e a me stessa, ed è la frase che rappresenta l’inizio di questo 2026.

Soggiorno sempre meno sui social, solo per divulgare iniziative, quando ne vale la pena, o quando il mio cuore e la mia mente hanno un sussulto di gioia o di indignazione.

Posso dire che, in questo tempo, entrambi mi appartengono.

Oggi, qui, trovo utile riportare gli estratti di due interviste, una a Anselm Kiefer artista che mette in scena il trauma storico, e l’altra a Renald Luziere, disegnatore di Charlie Hebdo.

In entrambe si parla di violenza, guerra, politica e bellezza.

Ad un passo dalla giornata della memoria vale la pena leggerle: sono dure, crude, non portano illusioni, ma allo stesso tempo spronano a cercare bellezza fra macerie e degrado. Due personaggi diversi, la ricerca del bello che li unisce.

“I suoi lavori non sono mai pacifisti in modo semplice” chiede il giornalista a Kiefer “mostrano la violenza, non la rimuovono. Come convive con la contraddizione di creare opere belle a partire da materiale moralmente immondo?”

“Questa è l’inevitabile condanna dell’artista: vedere cose orribili e ricavarne la bellezza”. Risponde Kiefer

Da un’altra parte, a Luziere, il giornalista chiede “Ritrarre, raccontare, denunciare, equivale a difendere il bello. L’arte è politica?

“Nulla è più indefinito che dire che qualcosa è bello. Nulla è più politico che dire “è bello”. Tutto ciò che ti offre un momento di libertà è politico. Dipingere un quadro è politico, ma anche guardarlo. Immergersi per un’ora o due nella lettura di un libro, nell’ascolto di musica o assistere a uno spettacolo è politico.

Ho capito che quando i nazisti saccheggiavano i musei o espropriavano opere d’arte, non rubavano solo opere d’arte, ma rubavano tempo.”

La domanda che lascia Luziere è quella che lascio qui: di fronte a questo mondo accettiamo di rimanere testimoni passivi o siamo ancora capaci di staccarci dal muro per ribellarci [per riprenderci quella bellezza che è la vita]?

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