cultura

Perchè? – un racconto di Benedetta Bindi

Giulio si era seduto di fronte a me.

Era la scorsa domenica.

Non ha parlato quasi per tutta la serata. Ho pensato fosse normale: a diciott’anni, una cena con ultra-cinquantenni non è un invito alle confidenze. Inoltre era appena rientrato da Perugia, dove era andato a trovare la sua ragazza. Ho creduto gli mancasse.

Sua madre lo aveva preso alla stazione e portato direttamente da me.

Mangiavamo e bevevamo felici di esserci ritrovati, erano settimane che per un motivo o un altro non ci riuscivamo ad incontrare. Alle mie domande Giulio rispondeva a monosillabi.

Solo al dessert — una torta al limone fatta da sua madre — mi ha guardato negli occhi e mi ha detto:

«Mi piace veramente tutto di questa casa».

Nulla di più. Che cosa voleva dire? Perché l’ho lasciato andare senza chiedere, senza forzare, senza aprire uno spiraglio?

Gli ho sorriso. Basta.

Poi come se niente fosse, ho continuato a parlare.

Ora è disteso sul letto. Le guance pallide. Il corpo rigido, metà fasciato. Vorrei tornare indietro. Vorrei rimediare. Apre gli occhi.

«Bella giornata» dice con un filo di voce.

Sorrido, ma l’aria non entra.

Poi rispondo: «Bellissima» .

Restiamo a guardarci.

Cerco di cancellare dal mio volto la domanda che mi abita:” perché?”

È inutile. Mi si è incollata addosso. Sorrido per nasconderla. Lui la vede.

«Tutto bene, tutto bene», dice.

Poi mi sorride e chiudegli occhi.

Chiamo Ilaria. È scesa al bar dell’ospedale. Mi avvicino alla porta del bagno.

«Tuo figlio parla», le dico piano.

Il giorno dopo quella cena Giulio ha avuto un grave incidente in motorino.

Ha subito due operazioni, e non ha più parlato. Solo “” e “no” con il volto.

Ci siamo chiesti perché corresse così forte. Perché fosse passato col rosso. Perché, forse, avesse deciso di morire. L’uomo alla guida del SUV ha visto tutto. Giulio ha accelerato. Non ha frenato. Trasportato in ospedale in codice rosso.

Lui, così prudente, che prendeva l’autobus quando pioveva perché «su due ruote è pericoloso».

E poi quella frase..quante volte mi è tornata in mente:

“Mi piace tutto di questa casa

Avrei dovuto fermarlo. Far parlare quel silenzio.

Da bambino passava i pomeriggi con me.

Sua madre lavorava fino a tardi, io mezza giornata e Cristina, mia figlia, era già un’adolescente quando Giulio faceva  l’asilo, non voleva molte attenzioni da me, quelle che invece davo a lui.

Mio marito dice che non è colpa mia.

Non capisce.

Per me Giulio è come un figlio. Quando Ilaria rientra, Giulio riapre gli occhi.

Mamma, Angelica… mi va un gelato al cioccolato”.

Ilaria annuisce. Io dico che vado a prenderlo, e che comprerò anche  la panna, mentre faccio l’occhiolino.

Li lascio soli.




Ripenso ai pomeriggi dopo scuola, alla gelateria “Dolce Gelo”.

Giulio si sporcava sempre il viso. Affondava il volto nel cono. Ringrazio Dio di non averlo preso con sé. Pago il gelato sorridendo come se mi avessero regalato dell’oro. Non faccio in tempo a inserire  la seconda che il  telefono squilla.

«Zia, ho fame».

«Arrivo».

Rido.

Piango.

Rido.

Gli piaceva dire che ero sua zia.

Così, diceva, valeva di più.

Parcheggio. Pago una fortuna alla macchinetta dell’ospedale.

Oggi potrei lasciarle tutto quello che ho.

Nel corridoio che porta alla sua stanza cammino leggera.

Mi sembra di volare.

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