Io, la sua boa – un racconto di Benedetta Bindi
Carlo è un uomo alto, con le spalle dritte e imponenti, e ha qualcosa di speciale: è gradevole.
Stare con lui ti dà la sensazione di trovarti all’interno di un circolo intimo. Ogni volta che ti parla dedica tutta la sua attenzione alla conversazione e ti fa sentire speciale. È una di quelle persone che digeriscono le parole che dici prima di restituire una risposta.
Non è mai stato davvero consapevole di questa sua caratteristica, o forse sì.
Una cosa è certa: non so quanti dei nostri amici si siano accorti che è unico, che ha un dono nell’ascoltare il prossimo.
Ultimamente lo criticano.
Dicono che è sempre divertentissimo, ma che in alcuni momenti sembra assente.
Solo oggi ho capito perché. Ma torniamo un poco indietro.
Una settimana fa, mentre attraversavo la strada e passavo accanto a quel locale che va tanto di moda tra i ragazzi, mi sono fermata a guardare all’interno. Volevo capire cosa avesse di così speciale: mio figlio Tommaso me ne ha parlato. A lui non piace, dice che è da fighetti, non il genere che va bene per un adolescente come lui che veste ancora con la tuta.
I ragazzi e le ragazze erano quasi tutti con i volti ipnotizzati dai telefonini; la sala aveva una bellissima carta da parati con motivi floreali e l’arredamento era tutto nero.
In disparte, seduto a un tavolino, ho notato un uomo. L’unico adulto.
Ho guardato meglio: era lui, Carlo.
Non sono capace di esprimere la tristezza che ho visto stampata sul suo volto.
Non sono entrata. Avevo un appuntamento e, in più, non sapevo se stesse aspettando qualcuno.
Quella sera non sono riuscita a dormire, nemmeno con l’aiuto del Lexotan che tengo nell’armadietto del bagno per le emergenze.
Avevo l’immagine del mio amico stampata davanti agli occhi: la sua espressione, il pacchetto di sigarette sul tavolo, un bicchiere di vino e i suoi occhi grandi e profondi, dove per anni è annegato il mio cuore, fino al giorno in cui ha imparato a galleggiare dentro quel celeste.
La mia mente, quella notte, continuava a turbinare finché, distesa nel letto accanto a mio marito, ho sentito una lieve spinta verso il sonno.
Al mattino ho ringraziato Dio in silenzio — come si fa quando si ha paura di rompere qualcosa di fragile — per l’uomo che dormiva al mio fianco e per il figlio che avevamo avuto insieme.
Poi sono corsa dal dentista e, nella sala d’attesa, il destino ha scelto per me: ho incontrato Carlo.
Ne ho approfittato per domandargli cosa ci facesse in quel locale da ragazzini. Gli ho spiegato anche perché non fossi entrata.
«Raffaella, ero lì perché avevo appena parlato con mio figlio. Gli avevo detto di lasciarmi solo, per non prenderlo a schiaffi davanti a tutti. Lorenzo ha fatto una cavolata. Insieme a un amico ha preso un motorino senza bloccasterzo. Sono andati in un negozio in centro e poi l’hanno rimesso dove l’avevano trovato. E me l’ha raccontato sorridendo, come se io fossi un suo amico, o qualcuno che potesse approvare una cosa simile.»
«Una stupida bravata», ho risposto. «Nulla di così grave.»
«Mica tanto… è grave. Ho pensato a quante cose potrebbe fare di sbagliato. L’ho sognato ieri notte: era piccolo, nella piscina vicino casa, con il costumino blu, gli occhialini e la cuffia. Faceva avanti e indietro, si tuffava e mi mandava baci con la mano. Mi manca quel figlio.
Ora lo vedo girare per casa con i capelli con i colpi di sole, il tatuaggio con un simbolo tribale sul braccio, che voleva a tutti i costi per i suoi diciassette anni, e al quale io e Anna abbiamo acconsentito perché era stato promosso. I miei mica mi hanno mai fatto un regalo per questo: dicevano che era un mio dovere studiare. Ora pare che, se i figli lo fanno, ci facciano la grazia. Siamo stati troppo buoni io e mia moglie, abbiamo perso l’orientamento.»
Lo guardo e rispondo:
«I figli non sono quelli delle pubblicità , sempre sorridenti e perfetti. Tutti, da giovani, abbiamo attraversato momenti di dubbio e di buio. Nessuno di noi è il genitore perfetto, soprattutto non con il primo figlio. Serve esperienza anche per questo, come per qualsiasi altra cosa. Pregare serve sempre.»
Carlo abbassa gli occhi.
«Ci ho provato, che credi, ma Dio a me non risponde.»
«Dio non risponde come ci aspettiamo. Ma se preghi sinceramente, Lui ti ascolta sempre.»
Carlo mi ha guardata come se avesse appena ritrovato l’aria dopo essere stato troppo a lungo sott’acqua.
«A volte», ho continuato, «noi genitori siamo solo delle boe. Non possiamo impedire ai figli di nuotare lontano, né di sbagliare rotta. Possiamo solo restare visibili, fermi, e ricordare loro che esiste un punto a cui tornare. Dio fa lo stesso con noi.»
Non ha risposto. Ma ho visto i suoi occhi riempirsi di lacrime trattenute.
Quando ci hanno chiamati dal dentista, Carlo si è alzato e mi ha detto: «Grazie», baciandomi la guancia.
Anni fa mi sarei liquefatta per l’intensità del calore delle sue labbra sulla mia pelle.
Ma oggi no.
Oggi so che non tutti gli amori sono fatti per essere vissuti.
Alcuni servono solo a tenere la rotta.
E noi, nel mare della vita, siamo questo: piccole boe.
Illuminate da una luce che non è nostra.
Una luce che non possediamo, ma che possiamo riflettere.
Credere in Lui è l’unico modo per farla brillare.
E, brillando, illuminare anche l’acqua che ci circonda.


