La confessione – un racconto di Benedetta Bindi
Michelangelo aveva sempre sentito quella parola: “Lui”. Da sua madre, da suo padre, da Massimo, suo fratello maggiore.
C’era questo Padre, “Lui”, ma c’era anche il suo padre biologico. Questo gli creava confusione. Spesso si chiedeva quale dei due fosse più importante, a chi rivolgere le tante domande che gli affollavano la mente. Il sonno arrivava solo quando le sue mani si chiudevano in preghiera, sperando che, almeno in sogno, una risposta gli venisse concessa.
Non si era ancora sottoposto al sacramento della Penitenza, ma i suoi compagni ne parlavano incessantemente. L’entusiasmo che circondava la loro prima confessione lo lasciava turbato. Si domandava come “Lui” lo avrebbe giudicato e, soprattutto, come avrebbe giudicato i più indisciplinati, quelli con il registro pieno di note.
Marco, il suo migliore amico, rideva l’altro giorno mentre annunciava: «Dirò a don Carlo che ho rubato la penna a Sveva». Lo diceva come fosse un vanto, poi aggiunse: «E tu, Luca, devi raccontare di quando hai messo la puntina sulla sedia della maestra d’inglese». Tutti ridevano al ricordo. Michelangelo no.
Gli avevano parlato dell’inferno con parole dure e minacciose. «Un luogo di fiamme e tormenti», aveva detto suor Crisilde, l’insegnante di religione. L’idea di confessare i suoi peccati al prete lo faceva sentire sempre più soffocato, come se il respiro gli venisse risucchiato dal petto.
Nei suoi pensieri tornavano le parole: «Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi…».
Gli venivano in mente le volte in cui aveva nascosto oggetti a suo fratello, o quando gli aveva rivolto parole cattive; quando aveva sputato ad Alfredo, il bambino arrogante che gli prendeva sempre il materassino senza chiederglielo. Ma soprattutto pensava ai capricci con sua madre, ai suoi “no” ostinati quando lei gli chiedeva qualcosa che non voleva fare.
Eppure la paura più grande non era soltanto la punizione. No. La vera paura era essere davvero qualcuno capace di infliggere dolore. Quando Massimo lo faceva arrabbiare e lo derideva per la sua corporatura gracile, lui si vendicava nascondendogli gli oggetti di scuola. Guardava il fratello cercare disperatamente appunti e libri, con gli occhi pieni di frustrazione, e per un attimo provava una sottile soddisfazione. Poco dopo, però, non resisteva: gli restituiva tutto. Dentro di sé sentiva che quella piccola lotta era già uno sguardo di “Lui” che lo richiamava a qualcosa di più grande.
Michelangelo non voleva far soffrire nessuno.
Così, quando la maestra si era punta con la puntina sulla sedia, aveva riso insieme agli altri. Subito dopo, però, si era accorto della crudeltà di quella risata e aveva stretto le mani sotto il banco, chiedendo scusa a “Lui”, in silenzio.
Ecco cosa dirà al prete il giorno dopo. Non solo l’elenco dei suoi peccati, ma anche il suo desiderio sincero di diventare migliore, di imparare ad amare senza ferire.
Con questo proposito nel cuore si addormenta, sentendo che forse “Lui” non è soltanto un giudice, ma un Padre che perdona.
L’inferno, per ora, può attendere.


