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Carlos e Alysa: l’ora e l’oro della gioia

Ho appena finito di guardare la finale del torneo di tennis ATP 500 a Doha in Qatar e, sinceramente, sono rimasto senza parole. Proprio come Arthur Fils che si avvicina a rete per stringere la mano a Carlos Alcaraz, dopo che quest’ultimo lo ha travolto con una facilità disarmante in due set ed in appena cinquanta minuti. Ma non è il punteggio o il fatto di vedere il numero 1 del mondo al suo massimo che mi resta addosso. È quel sorriso.

Carlos gioca come se fosse ancora nel parchetto sotto casa, con quella gioia contagiosa che trasforma il tennis professionistico in pura espressione di libertà. La sua “filosofia del divertimento” non è mancanza di serietà, è il suo superpotere: quando sorride, il suo gioco si eleva, diventa fluido, inattaccabile. È come se dicesse al mondo che la pressione non può nulla contro chi si sta divertendo davvero.

E il parallelismo con la storia di Alysa Liu ai Giochi di Milano-Cortina è quasi commovente. Alysa è tornata sul ghiaccio non per dovere, ma per il piacere di sentire l’aria sul viso. Ha vinto l’oro olimpico perché ha smesso di pattinare per i giudici e ha iniziato a pattinare per la sua anima.

Entrambi ci stanno insegnando una lezione immensa: l’arte, qualunque essa sia, raggiunge la sua forma più alta solo quando chi la crea trova gioia nel farlo.

Carlos e Alysa non “lavorano”, loro celebrano il loro talento. Hanno scelto di dare priorità alla loro felicità interiore, e questo distacco dal risultato paradossalmente li rende invincibili.

Io mi muovo spesso in un mondo che ci chiede di essere sempre più performanti e seri. Sembra quasi che se non sei sotto stress, allora non stai dando il massimo. Invece guardo loro e capisco che la vera rivoluzione è sorridere mentre tutto intorno corre senza sosta.

Grazie per questa lezione di vita, prima ancora che di sport. Mi ricorda che non possiamo fare altro che custodire con cura il bambino che ride dentro di noi.

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