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Quando mio figlio mi ha chiesto come si arriva in Paradiso – un racconto di Benedetta Bindi

Giulio è il mio unico figlio. Ho conosciuto troppo tardi mia moglie, ma va bene così: sono felice anche se ne ho uno solo. Da quando è entrato nella mia vita, riempie tutto lo spazio e lo moltiplica.

Ha sedici anni, ma è molto più maturo della sua età. È estroverso, gioca in una squadra di pallavolo, gli piacciono le scarpe da ginnastica,  tagliarsi i capelli secondo la moda del momento, e i fumetti.

Gli piace anche studiare, e soprattutto leggere, informarsi su tutto: è una vera passione. È  avido di conoscenza. Molto di più di quella che avevo io alla sua età.

L’altro giorno mi ha chiesto:

«Papà, c’è una strada per arrivare in Paradiso?  Ci penso spesso, anche la notte prima di dormire. La prima idea dell’aldilà l’ho avuta studiando Omero, Virgilio, Dante. Ed anche con  vedendo i dipinti di Giotto, Michelangelo… Loro hanno rappresentato bene  quello che accade all’inferno. Io non ci voglio andare!»

Ed è scoppiato in una grossa risata.

Io stavo per addentare un panino con l’hamburger che avevo cucinato. L’ho lasciato cadere sul piatto, perché quella era una domanda profonda, degna della giusta attenzione.

«Giulio, sai, il poeta preferito da mamma, Eugenio Montale, diceva che il premio ognuno se lo dà da solo, vivendo onestamente. E questo è già un buon modo per arrivarci. Non c’è creatura al mondo che non cerchi qualcosa che la aiuti a pensare di poter continuare a esistere; altrimenti, per molti, il mondo non avrebbe senso. Anche uno scienziato come Einstein diceva che Dio non poteva giocare a dadi con l’universo. Io credo che, per arrivare al Paradiso, tu debba mettere sempre, davanti a ogni tua scelta, l’amore — non il tuo ego

Ha mangiato l’ultimo morso del suo panino e poi mi ha detto:

«Giustissimo, papà.   E il bene e il male, per te, sono uguali per tutti?»

«Giulio, credo che esista una consapevolezza del bene e del male che è universale. Se ne ha una prova lampante se pensi a tutte le dittature e ai regimi oppressivi: anche i più duri tendono sempre a darsi un’apparenza di legalità morale, ricorrendo ad adattamenti e giustificazioni che richiamano valori validi in ogni filosofia o religione. Si riferiscono a una scala universale di valori, che però piegano a loro favore, fino a farle significare il contrario.

Quello che è importante, Giulio, è che esiste una concezione del bene e del male comune a tutti gli uomini

Il mio hamburger, intanto, giaceva freddo nel piatto. Mi ero dilungato troppo, ma quando tocco certi argomenti ci cado dentro, come fossero una coppa di gelato.

Gli occhi scuri di mio figlio avevano seguito il mio discorso senza distrarsi. Questo è il suo talento, anche a scuola: gli permette di studiare poco, ottenere voti alti e leggere un’infinità di libri che ama.

«Papà, opterò sempre per il bene… sempre che  il mio ego me lo consenta!» ha detto ridendo. Poi si è  fatto serio:

«Perché alcuni sono felici e altri no? Ho amici anche ricchi, eppure alcuni mi sembrano parecchio inquieti. Questo per dire che stare bene non dipende solo dal benessere, giusto?»

Restavo meravigliato dell’intensità della nostra conversazione e ho risposto:

«Vero. Non cambia se sei  ricco o povero. Credo che siano felici le persone profondamente spirituali, morali, con uno slancio ideale o religioso, che hanno messo a fuoco i loro obiettivi. Ci sono invece gli infelici, che non hanno una bussola morale, rendono infelice il prossimo e vivono in una sorta di buio interiore.»

Ha finito gli ultimi pomodori e poi ha detto:

«Hai ragione, pa’. Alcuni li ho conosciuti di quel tipo… e ne sto lontano. Io ho degli obiettivi, sono piuttosto grandi, e per adesso li tengo per me, te li dirò tra un pò ….. Ora vado a riscaldarti l’hamburger e taglio altri pomodori. Vedi…Scelgo il bene!Sei un grande pa’! »

E, facendomi l’occhiolino, è andato in cucina, moltiplicando ancora una volta tutto lo spazio.

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