editorialipedagogia

Perché i Social Media sono stati condannati a Los Angeles?

A Los Angeles, il processo contro Meta si è concluso con una condanna per la multinazionale, ritenuta responsabile di aver creato un ambiente capace di generare dipendenza nei suoi utenti, senza mettere in atto alcuna forma di protezione e precauzione per prevenire il rischio corso dai minori quando si avventurano nel suo territorio.

In particolare, la sentenza condanna la società perché era più che consapevole di aver generato un ambiente virtuale che sfruttando la vulnerabilità e la fragilità del funzionamento mentale di bambini, pre-adolescenti e adolescenti, li ha portati a vivere sempre più esperienze nel mondo virtuale, esperienze che ne hanno ulteriormente aumentato la vulnerabilità psichica e il disagio mentale. Il processo ha avuto questo sviluppo non solo perché i genitori hanno chiesto di valutare la corresponsabilità dei social media nel determinare i problemi di salute psichica dei loro figli giovanissimi (alcuni dei quali arrivati al suicidio dopo essersi dotati di un profilo social), ma anche perché sono stati reperiti moltissimi documenti interni all’azienda, nei quali si evince la consapevolezza dei suoi dirigenti rispetto al rischio per la salute indotto dal loro ambiente virtuale. L’azienda, anziché sviluppare strategie correttive e preventive a protezione dei minori, in realtà ha aumentato il rischio nei loro confronti riempiendo i social media, in modo senziente e consapevole, di artifici finalizzati ad aumentarne l’additività senza avvertire i propri utenti di quei rischi con cui, entrando nei social media, si trovavano a contatto senza saperlo.

La sentenza di Los Angeles intercetta un cambio radicale di approccio al mondo digitale che negli ultimi due anni interessa tutto il mondo. Da un iniziale tecno-entusiasmo oggi siamo approdati ad un essenziale tecno-realismo. E’ fondamentale che il mondo digitale sia strumento che migliora le nostre vite e non ambiente di vita che ci distoglie dalla vita reale.

Probabilmente, si dovrà rivedere in toto il meccanismo dell’algoritmo che ha reso tutti noi soggetti sempre più vulnerabili all’ingaggio dopaminergico, su cui si basa il funzionamento delle piattaforme digitali. La questione è urgente. Serve consapevolezza e alleanza all’interno di tutta la comunità educante, ma anche da parte degli specialisti che si occupano di salute in età evolutiva.

L’articolo completo é stato pubblicato su Avvenire ed é disponibile al link associato a questo post, da leggere e condividere con altri genitori ed educatori.

Leggi anche

Leggi anche Roberto Paglialonga su Osservatore Romano

Sostieni il Centuplo – solocosebelle

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *