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Dal recinto all’orizzonte: omelia del Cardinale Grech a Nomadelfia per il Decennale di mamma Irene e de Ilcentuplo

Omelia durante la Messa a Nomadelfia, RomaCardinale Mario Grech, Segretario Generale del Sinodo

25 aprile, 2026

Passare per la Porta

Immagina di essere alla fermata dell’autobus o in stazione: il mezzo arriva, ma le porte restano chiuse. Non puoi salire… e, se sei già dentro, non puoi nemmeno scendere. È una sensazione frustrante, quasi assurda. Perché una porta chiusa blocca tutto: il passaggio, il movimento, la possibilità di andare avanti.

La porta è ciò che rende possibile la vita che scorre. Anche in aereo, prima del decollo, ci mostrano le uscite di emergenza: sapere dov’è la porta può letteralmente cambiare le cose. Perfino i nostri dispositivi hanno “porte” per ricevere energia o per comunicare: senza quelle aperture, resterebbero inerti.

Senza una porta, tutto si ferma. Nulla entra, nulla esce. Nulla cresce.

La porta chiusa è diventata uno dei simboli più eloquenti del nostro tempo. Non è soltanto un fenomeno sociologico: è una condizione interiore che modella il nostro modo di vivere. Esprime un atteggiamento che segna il rapporto con la realtà, con gli altri, con il futuro.

Davanti alla realtà, la porta chiusa suggerisce cautela, distanza, il bisogno di proteggersi. Davanti agli altri, diventa un filtro che riduce la fiducia e alimenta la diffidenza. Davanti al futuro, si trasforma in un segnale di incertezza, come se ciò che viene fosse più minaccia che promessa.

Così la porta chiusa diventa un linguaggio: racconta la fatica di aprirsi, la paura di esporsi, il desiderio di controllare ciò che sfugge. È il segno di un’umanità che sogna comunione ma spesso si rifugia nell’isolamento.

Per questo risuonano con forza le parole di Gesù: «Io sono la porta».

Dove si trova questa porta? Gesù la colloca nell’immagine del recinto del gregge. E l’evangelista usa un termine – “aulē” – che richiama anche il cortile del tempio di Gerusalemme: uno spazio sacro, delimitato, pensato per l’incontro con Dio. Ma proprio lì si era insinuato un pericolo: trasformare quel recinto in un luogo chiuso, dove – come conosciamo dall’episodio della cacciata dei venditori da parte di Gesù – invece di incontrare Dio si rimane intrappolati in abitudini, interessi, persino ingiustizie. «Ladri e briganti», li chiama Gesù: coloro che non passano dalla porta, ma scavalcano, perché non cercano il bene delle pecore. Così il recinto, nato per custodire, può diventare soffocante. Non più luogo di vita, ma spazio da cui non si riesce a uscire. Ed è proprio qui che Gesù si presenta: «se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo». Non una porta che rinchiude, ma una porta che apre.

Questo non riguarda solo il tempio di allora. Anche noi conosciamo recinti che stringono. Ci sono recinti nei rapporti, quando manca l’ascolto, quando l’amore non circola, quando ci si sente esclusi o non riconosciuti. Ci sono recinti interiori, fatti di paure, ferite, delusioni. A volte li abbiamo costruiti senza accorgercene, altre volte li abbiamo ereditati da storie che non abbiamo scelto. Sono barriere che non si vedono, ma che delimitano il passo, restringono l’orizzonte, trattengono il respiro. Dentro quei recinti si muovono memorie che fanno rumore, parole non dette, attese tradite, fragilità che temiamo di mostrare. E ci sono situazioni in cui una persona si chiude sempre più, fino quasi a sparire dalla vita degli altri. Pensiamo al fenomeno degli hikikomori: giovani – ma non solo – che si ritirano, si barricano nella propria stanza, cercando una sicurezza che alla fine diventa isolamento. È il paradosso di ogni recinto: promette protezione, ma rischia di togliere respiro.

In queste esperienze capiamo meglio le parole dure del Vangelo: ci sono forze che rubano, uccidono e distruggono. Tutto ciò che sfrutta la fragilità, che approfitta dei bisogni, che chiude invece di aprire, appartiene a questa logica. E allora diventa decisivo riconoscere la porta vera. Non una qualsiasi, ma quella che conduce alla vita.

Ed ecco la buona notizia: la porta c’è, ed è Gesù. Gesu non è una via di fuga, ma un varco che introduce alla vita. Una soglia che non si impone, ma attende; non costringe, ma invita. È la porta che non sbatte mai, neppure quando noi ci allontaniamo, perché è fatta della pazienza di Dio.

Davanti a quella porta aperta si scioglie la paura di non essere all’altezza, si allenta il nodo delle ferite, si raddrizza la schiena piegata dalle delusioni. È una porta che non chiede biglietti d’ingresso né meriti da esibire: chiede solo di fidarsi, di fare un passo, anche piccolo, anche incerto.

E quando la attraversiamo, scopriamo che dall’altra parte non c’è un corridoio stretto, ma un orizzonte. Non un tribunale, ma una casa. Non un esame, ma un abbraccio. Per questo la porta aperta incanta: perché è il segno discreto e tenace che la grazia ci precede sempre.

Questa porta (Gesu) non solo indica l’uscita, ma la apre passando Lui stesso attraverso la croce. Come ricorda san Pietro: «Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato (che ci rinchiude, rende schiavi), vivessimo per la giustizia (diventiamo liberi); dalle sue piaghe siete stati guariti». Entrare attraverso di Lui significa lasciarsi raggiungere da questo amore che libera. È un passaggio: dal chiuso all’aperto, dal soffocamento al respiro.

Carissimi, entrare per questa porta significa aprire il recinto del nostro cuore. Nella prima lettura Pietro annuncia che Gesù crocifisso è il Signore e il Cristo, e questo annuncio provoca qualcosa di decisivo: «si sentirono trafiggere il cuore». È come se finalmente si aprisse una porta dall’interno. Entrare per Gesù significa riconoscere la sua voce che chiama per nome, fidarsi di un amore che non usa, ma custodisce. È il Pastore “bello”: bello perché ama, e amando rende bella la vita. È colui che ci tratta veramente bene – come abbiamo ascoltato nel Salmo: rinfranca l’anima, dona sicurezza, prepara una mensa, unge di olio il nostro capo…

Quando Cristo diventa la porta del cuore, cambia tutto. Non si resta più chiusi in se stessi, ma si riceve la libertà di uscire. Uscire dalle paure, dalle difese, da ciò che imprigiona. E non si esce da soli: è Lui che conduce.

In questa domenica in cui si prega per le vocazioni, comprendiamo che ogni chiamata nasce da qui: dal passare attraverso questa porta. Papa Leone XIV lo ricorda con parole molto semplici e profonde: “Solo chi si ferma, ascolta, prega e accoglie il suo sguardo può dire con fiducia: ‘Mi fido… con Lui la vita può essere davvero bella, voglio percorrere la via di questa bellezza’. E la cosa più straordinaria è che, diventando suoi discepoli, si diventa a propria volta ‘belli’: la sua bellezza ci trasfigura”.[1] È un invito a non restare sulla soglia, ma a entrare davvero, coltivando l’interiorità, la preghiera, la vita sacramentale.[2]

E questa porta è anche per le nostre comunità. Una comunità cristiana non è un recinto chiuso, non è un luogo dove si entra per essere trattenuti o controllati, ma uno spazio aperto, attraversato dal vento dello Spirito. È una casa con le porte spalancate, dove si entra per essere rimessi in cammino, non per essere parcheggiati; per ritrovare la direzione, non per essere immobilizzati.

Se Gesù è la porta, allora la Chiesa non può diventare un luogo che trattiene per sé, che custodisce gelosamente ciò che ha ricevuto, come se la grazia fosse una proprietà privata. Al contrario, la Chiesa genera alla libertà: accompagna, sostiene, incoraggia, e poi lascia andare, perché il Vangelo non si vive in cattività, ma nella vita reale, nelle strade del mondo.

Il dono dello Spirito non è per trattenere, ma per condividere. Non è un sigillo che chiude, ma un soffio che apre; non un possesso da difendere, ma un fuoco che si moltiplica solo se passa di mano in mano. Lo Spirito non costruisce muri, ma allarga tende; non crea confini, ma suscita ponti; non alimenta paure, ma libera energie di bene.

Ci vengono in mente le parole di Papa Francesco: a volte Gesù bussa alla porta delle nostre comunità… per uscire.[3] Perché noi lo portiamo fuori, là dove ci sono porte chiuse, vite bloccate, recinti senza respiro. Più entriamo in Lui, più diventiamo capaci di uscire verso gli altri. È il movimento pasquale: entrare nella vita di Cristo per portare vita.

Su questo aspetto, voi carissimi, trovate un esempio luminoso nel vostro fondatore, don Zeno Saltini ed Irene Bertoni, la prima “mamma di vocazione” che oggi commemoriamo il decimo anniversario del suo passaggio da questa communita a quelle celeste!  Don Zeno ha saputo entrare dalla porta per uscire, lasciandosi condurre. Nella sua vita ha trovato molte porte chiuse: davanti a chi rifiutava di credere; davanti a una società che non offriva speranza a chi aveva sbagliato; davanti a una Chiesa che non sempre riusciva a cogliere la portata profetica del suo impegno; perfino davanti all’impossibilità – per alcuni anni – di continuare l’esercizio del ministero sacerdotale per accompagnare i suoi figli.

Ma davanti a queste porte chiuse, non si è chiuso. Non si è rifugiato nella superbia, né nell’indifferenza, né nella disobbedienza, né nella rassegnazione. Ha saputo, ogni volta, riconoscere la porta che è Cristo. E così ha vissuto ogni momento con libertà evangelica, facendo crescere il bene. Ha preso sul serio le parole della seconda lettura: facendo il bene, ha saputo sopportare con pazienza la sofferenza, avendo Gesù come «esempio».

E proprio così ha potuto portare vita: insieme con Irene e altre famiglie ha aperto la porta a tanti bambini che si sono trovati in stato di abbandono – tante persone “recintate”, chiuse in situazioni senza speranza, contribuendo a costruire una «nuova civiltà», di cui Nomadelfia è realtà profetica, come ha ricordato Papa Francesco in visita nel 2018.

Pensate: la prima comunità di Nomadelfia è nata proprio da un campo di concentramento recintato, quello di Campo di Fossoli. Lì sono caduti muri e reticolati, per dare origine a una comunità fondata sulla legge della fraternità. Ecco cosa significa entrare e uscire dalla porta. E oggi, in un tempo segnato da tante polarizzazioni e da recinti che si fanno sempre più stretti, quanto abbiamo bisogno di testimoniare e costruire questa civiltà, seguendo Gesù… come don Zeno ed i suoi collaboratori.

E allora, fratelli e sorelle, diciamolo con semplicità e con convinzione: nessuno è condannato a restare chiuso. I pascoli erbosi esistono, la vita in abbondanza è possibile. La porta è aperta. È Gesù, il Risorto, “pastore e custode” della nostra vita. Passiamo per questa porta. Amen.


[1] Leone XIV, Messaggio per la lxiii Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni (16 marzo 2026).

[2] Cfr. Ibidem.

[3] Cfr. Francesco, Veglia di Pentecoste (18 maggio 2013).

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