Come delle caravelle – un racconto di Benedetta Bindi
Oggi lei si è infuriata.
I boccoli le saltavano intorno al viso, quelli che si fa sempre il venerdì sera prima di andare a giocare a carte dagli amici.
Ha iniziato a urlare che sono egoista, che non mi accorgo dei sacrifici che lei e papà fanno per me.
Che sono un’ingrata. Che tre volte a settimana mi porta a danza dall’altra parte della città, mentre per me ha rinunciato al pilates — fondamentale per la sua schiena — solo per parlare con i miei professori.
«È un tuo dovere», le ho risposto. «Sei mia madre.»
«Dovere un corno! Il tuo dovere è andare bene a scuola. E invece sei un disastro.»
Ha sbattuto la porta della mia stanza. Il manifesto di Achille Lauro, attaccato con le puntine, è caduto insieme alla speranza di avere dei soldi per la cena con le amiche.
I miei sono usciti lasciandomi a casa senza un euro. Papà non si è intenerito nemmeno quando gli ho fatto gli occhi da cucciolo abbandonato.
«Il quattro in storia, Cristina, non posso capirlo, fosse stato in matematica…»
E mi ha dato le spalle, invece dei venti euro che speravo.
Le mie amiche si erano organizzate per andare da Aldo, la pizzeria napoletana che, da quanto è buona, ti resta il sapore in bocca per giorni.
Ho mandato un messaggio sul gruppo per spiegare la mia assenza.
Nel frigo c’era solo roba da cucinare. Nemmeno una fetta di prosciutto.
Mi veniva da piangere dalla rabbia. Ho acceso una sigaretta sul balcone, giusto per fare qualcosa che sembrasse una protesta.
Poi ho deciso che yogurt e cereali sarebbero stati la mia cena.
Quando hanno suonato.
Erano le mie amiche. Con quattro cartoni di pizza.
La mozzarella era ancora filante. Ho iniziato a mangiare piano, mentre loro parlavano di ragazzi, di cotte, di cose leggere.
Io le guardavo e i miei problemi si allontanavano, come aquiloni di cui tenevo ancora il filo, ma ormai lontani.
Eppure la bocciatura era concreta. Se non recuperavo, il peso me lo sarei portato da sola. Anche in casa. Anche essendo figlia unica.
Poi ho guardato meglio.
Viola, che non parla più con suo padre.
Mia, che ha il fratellino diversamente abile e ha già paura per il suo futuro.
Sandra, con una madre che passa giorni interi a letto a causa della depressione.
A scuola vanno meglio di me. Nella vita, ognuna combatte la sua guerra.
Eppure lì, sul mio divano di pelle rossa, con un po’ di musica in sottofondo e due candele accese, ridevano.
Erano belle. Allegre. Piene di sogni.
Ho pensato che magari sarei stata bocciata.
La parola mi è rimasta in bocca come qualcosa di amaro, ma non abbastanza da farmi smettere di mangiare.
Perché nessuno ci prepara davvero a fallire. Ci insegnano a evitare, a nascondere, a vergognarci. Come se il valore di una vita potesse stare dentro un numero scritto in rosso.
E invece ero lì con Viola e rideva.
Mia parlava piano, come sempre.
Sandra raccontava storie assurde.
E allora ho capito, che l’amicizia sorregge, che noi ridevamo non perché andasse tutto bene.
Ridevamo perché era bello stare insieme.
La pizza si scioglieva in bocca e, per un attimo, tutto sembrava avere senso. Quando i miei sono rientrati, ci hanno trovate tutte e quattro aggrovigliate sul divano.
Sembravamo leggere.
Non lo siamo.
Siamo brave a galleggiare, siamo brave a farlo insieme.
La bruna, la rossa, la bionda… e Cristina.


