Certe sere a Nomadelfia (e tutti i testi del Decennale)
Ci sono sere in cui tutto è possibile, anche i miracoli. Tu sei lì, che ti aggiri tra i vicoli di Monte Mario, nel bel mezzo del traffico romano, tra autobus che sbuffano, motorini che sfrecciano e tassisti che imprecano maledicendo il loro mestiere. All’improvviso imbocchi una stradina, fai una piccola curva, il tempo di controllare se il civico è giusto, e ti ritrovi in un altro mondo ed in un altro tempo. Un casolare di campagna; una collina morbida coltivata con ulivi, albicocchi e vigneti; una comunità di laici, che ha scelto di vivere secondo i dettami del vangelo… e ti senti accolto in un modo antico ma sempre nuovo, tutti ti salutano come ti conoscessero da mille anni e ti abbracciano, trattandoti come un loro fratello. Che dire? Giorgio Gibertini non poteva scegliere luogo migliore – se non la comunità di Nomadelfia – per festeggiare il decennale del “nostro” Centuplo, il giornale on-line che racconta solo cose belle!
Ed in effetti è proprio così, con una bellezza che turba, che inizia la serata. Il Cardinale Mario Grech, sforzandosi di mascherare il suo simpatico accento straniero, pronuncia una di quelle omelie che non si dimenticano. In noi ci sono barriere, dice, e muri e sempre più spesso ci capita di restare intrappolati dentro noi stessi, perdendoci nei labirinti della nostra interiorità. Ma la porta c’è, si chiama Cristo, ed è più vicina di quanto si creda. Basta solo girarsi verso la luce e aprirsi agli altri, facendoci prendere per mano.
Intanto il cielo si colora di rosso e il sole sparisce, si alza un vento fresco, che avvolge tutti i presenti.
Il duo Opera Acustica inizia il suo piacevole concertino e i più giovani, temerari, decidono di mangiare all’esterno, sotto le stelle… io invece mi infilo nel salone e ceno in compagnia di una congregazione di suore colombiane… non capisco bene cosa dicano, parlano svelte svelte un misto di spagnolo e italiano, ma sorridono con dolcezza e questo basta per comunicare tutto quello che conta.
Mentre mi perdo nei miei pensieri si avvicina l’ora del reading… “devo assolutissimamente ripassare!”, penso, prendo il mio foglio, sto per leggere la prima riga, ma proprio in quel momento arriva lei, l’apparizione della serata: Beatrcie Fazi.
Così inizia la gara ad accaparrarsi la sedia migliore, ed io mi lancio in prima fila. Beatrice – di nome e di fatto – sale sul palco, elegante, umile e preziosa. Legge alcuni passi presi dalle testimonianze di don Zeno e di mamma Irene, la prima mamma di vocazione. Noi ascoltiamo rapiti… dimenticandoci per qualche istante la tramontana, che comincia a rendere gelida l’aria, e quando Beatrice finisce ci pare di esserci svegliati da un sogno.
Il microfono ora passa nelle mani di Zaira, una mamma di novantotto anni, tenace e piena di vita, che nella commozione generale ricorda la fondazione di Nomadelfia e soprattutto ci parla di Irene, la mamma di tutte le mamme, condividendo con noi alcuni momenti del loro secolo di vita. “Che aspetti?” mi dico “tra pochissimo tocca te, vai a ripassare” faccio per alzarmi, ma niente… show must go on… il reading va avanti e io non posso fare a meno di ascoltarlo… sul palco si alternano in ordine Costantino del Gaizo che, a partire dalla sua esperienza nel settore enotecnico, ci parla della Madre Terra, quindi Attilio Pepe, che racconta la bellissima storia di Marianna Farnararo, una delle fondatrici del santuario di Pompei, infine Francesca Matta, presidente dell’Arlaf, che ci spiega con dolcezza e semplicità cosa significa essere mamme affidatarie… e così, senza neppure accorgermene, arriva la mia ora… cammino verso il palco, come un condannato al patibolo, pensando cose che è meglio non ripetere su Giorgio Gibertini, che mi ha costretto a leggere, e soprattutto su me stesso, che non so mai dire no.
Con una faccia tosta degna di nota, mi presento davanti al pubblico con uno scialle nero che mi copre la testa. Poi prendo il microfono e, come se fosse la cosa più normale del mondo, comincio a leggere, fingendo di essere la mitica Andromaca, la moglie di Ettore e soprattutto la madre del povero Astianatte. “Ce l’ho fatta! È finita… pomodori non me ne hanno tirati, ma c’è mancato poco!” penso, dopo aver concluso, e intanto sorrido, fingendomi sicuro di me.
La parola passa a suor Tiziana, che ha cose ben più interessanti e vive da raccontare, come la sua esperienza di suora, di maestra e di madre affidataria. L’aria ora è più fredda che mai. I volti di chi ascolta sono nascosti dalle sciarpe, ma nessuno molla la sua sedia.
Tocca a Michela Vitali che in poche parole ci rende partecipi di alcuni “segreti” delle filosofie orientali, insegnandoci come farne tesoro nella comunicazione e nella relazione. Del resto con questo uditorio è fin troppo facile. Una relazione pacifica è sempre materna e a Nomadelfia ciascuno è “mamma” degli altri.
L’ultimo intervento spetta alla povera Lisa Zuccarini, che sale sul palco intirizzita e con la voce tremante. Ha atteso pazientemente tutta la sera, ma infine con la sua tipica ironia, piena di acume e di garbo, ma anche con un pizzico di amarezza, riflette sulle difficoltà che oggi incontra ogni mamma, che aspiri ad essere una buona mamma e medita sul peso che nella vita di tutti noi hanno i social, così pronti a dare giudizi e creare modelli distorti.
Mancano le conclusioni. E quelle non possono non spettare a lui, l’artefice della serata. Il “nostro” Gibertini che saluta l’uditorio, ormai ad un passo dal congelamento, con l’Inno alla Vergine di Dante... a cui aggiunge alcuni versi conclusivi, per ringraziare tutti noi.
Grazie a te Giorgio, quello che hai creato è veramente magico… come certe sere a Nomadelfia.
(sostieni l’attività quotidiana de ilcentuplo)

ps per lo spumante ringraziamo l’azienda dei Fratelli Palumbo, in particolare Marco Palumbo
ps: ci ha mandato un saluto anche Maria Luisa di Ubaldo, presidente Federvita Lazio



