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Non si è madri da sole: sponsalità, comunione, maternità calasanziana.

L’altra sera, per il Decennale de Ilcentuplo (qui trovate tutti i testi del reading) mi è stato chiesto di raccontare come noi calasanziane, donne consacrate, educatrici, viviamo la maternità.

Mi sono domandata se alle persone che mi ascoltavano poteva interessare qualcosa di così personale, com’è il modo in cui noi ci sentiamo madri senza aver mai generato una nuova vita. E, riflettendo, mi sono detta di sì: confrontarsi con la maternità ha a che fare con noi TUTTI, interessa tutti perché la relazione materna è la prima di cui facciamo esperienza, prima ancora di venire al mondo. È la relazione fondante,  sulla quale si modellano le altre nostre relazioni. Tutti la viviamo perché tutti siamo figli, tutti siamo stati protetti, nutriti, cresciuti in un grembo per i primi fondamentali mesi della nostra esistenza, fino a quando, lasciando il calore e la sicurezza del ventre materno, siamo venuti al mondo.

Dalla gravidanza nasce il senso di maternità così come tutti lo viviamo, nelle più varie esperienze materne. Ci sono infatti tanti tipi di maternità che stasera da molti sono stati raccontati.  Ci sono molti modi di essere madri, in situazioni molto diverse e inoltre ogni maternità è unica anche perché ogni madre è unica. Eppure il fondamento antropologico della relazione materna è comune, ancestrale, scritto in maniera integrale nel nostro modo di essere uomini, modellato sulla nostra fisicità e che diventa anche dimensione culturale, relazionale, psicologica, emotiva, sociale. La maternità è un’esperienza relazionale integrale e totalizzante, che abbraccia ogni aspetto della persona.

Per questo penso che tutti noi, che questa sera stiamo raccontando la maternità in tanti modi diversi, attraverso esperienze diverse personali, sociali e culturali, ci possiamo capire bene e ci sentiamo arricchiti a vicenda perché siamo tutte madri e siamo tutti figli.

Anche noi, madri calasanziane, siamo madri come tutte e madri in modo unico.

La prima cosa che esperisce una calasanziana  è  che la maternità è imprescindibile dalla sponsalità. Non esiste maternità che non si radichi nel dono e nell’accoglienza di sé: non puoi essere madre se prima non sei sposa. È fondamentale vivere una dimensione sponsale per potersi aprire a una relazione materna. Una madre non può generare da sola. O meglio, la parola madre non esiste se non in una relazione sponsale fondante. La maternità chiede donazione e accoglienza di un altro da sé, dello sposo che rende fecondo il tuo grembo. Non si genera da soli, è la relazione di dono e accoglienza che rende fecondi. La solitudine, l’individualismo sono invece sterili. Questo è vero sempre, non soltanto per una maternità che genera una nuova vita ma anche per una maternità che accompagna. Non si può essere madri da sole, la fecondità nasce in una relazione di sponsalità e di reciprocità.

Noi suore calasanziane siamo religiose ed educatrici. Viviamo la maternità nell’educazione e la sponsalità nella consacrazione. Il nostro sposo è Cristo: è Lui che ci completa e Lui a cui doniamo totalmente noi stesse, è Lui a cui apparteniamo senza perdere la nostra unicità e la nostra identità, è la relazione con Lui che ci trascina fuori dall’individualismo. Viviamo, nel rapporto con Dio, un rapporto d’amore che dura una vita intera e che ci chiama, pretende da noi scelte non personali, non individuali ma sponsali e reciproche. La reciprocità della relazione con Dio  si concretizza nella relazione continua e molto forte con la comunità di cui facciamo parte: con le consorelle innanzitutto, e, come un cerchio che si allarga, con il mondo attorno a noi. Non siamo madri da sole: è la consacrazione che ci dona fecondità e la comunità, madre con noi, che ci apre alla reciprocità arricchente della comunione fraterna nelle differenze e nell’azione comunitaria.

E così noi calasanziane ci impegniamo ogni giorno per accogliere, nelle nostre Oasi, bambini e ragazzi che hanno bisogno di un luogo di riposo e di ristoro, che hanno bisogno di ricostruire relazioni materne e di attaccamento significative e sane, che hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro. I bambini arrivano nelle nostre case dopo un cammino faticoso, affamati e assetati. Nella relazione con loro, assieme agli educatori e alle tante altre persone che vivono con noi questo servizio, ci impegniamo ad essere madri per loro per un pezzo della loro vita, vivendo la nostra castità come donazione generosa che risana e lascia liberi.

Nel tempo che trascorrono con noi, proprio come accade nelle Oasi del deserto, i nostri bambini si preparano a ripartire per il viaggio della vita, con un bagaglio di relazionalità e di affettività più ricco e più sano.

Viviamo il nostro servizio con tutta la nostra umanità, con tutte le nostre povertà, ma anche con la consapevolezza che la Provvidenza si incarna nella nostra azione comune e feconda, superando i nostri limiti, e le nostre miserie e rendendo feconda la nostra donazione che è povera e sporca ma è vera e comunitaria.

Potrei parlare per ore di quello che significa per me vivere da calasanziana la vocazione alla maternità, di quello che vedo nelle mie sorelle; ma abbiamo solo 5 minuti e stanno per finire, quindi concludo con una immagine, un’ icona viva di Gesù che contempliamo e che cerchiamo di incarnare, che parla di noi.

Le  braccia aperte di Gesù, spalancate in due momenti della sua vita: nel vangelo di Marco per abbracciare i bambini che vanno verso di lui ma che gli sono tenuti lontani; e poi sulla croce, durante la passione, fino alla morte. Noi consacrate, madri, calasanziane, apriamo le braccia come Gesù. Il nostro abbraccio accoglie e si immola. Il nostro abbraccio è di madre, per i bambini che cercano amore ma è anche un sacrificio quotidiano, che ci consuma fino alla morte e ci apre alla resurrezione.

Essere madri è una donazione, un  martirio che non ci svuota ma ci riempie. Che ci apre al sorriso e alla gioia. Possiamo dire che siamo sulla croce con generosità ma per egoismo: donarci ci rende felici; ci realizza.

Una madre non può fare a meno di donarsi, pur nel suo limite e nella sua povertà.

 Siamo madri: dare la vita per i nostri figli è ciò che ci dà vita.  Aprendo le braccia sulla croce, le apriamo al bambino che cerca amore; il dolore e la fatica della donazione diventano la gioia e la pienezza di un abbraccio vivo, quotidiano ed eterno con il nostro sposo crocifisso e risorto e con tante piccole braccia che si tendono verso di noi e hanno bisogno di essere accolte e portate alla bellezza della vita.

Suor Tiziana, Calasanziana

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