Michael Jackson, il nostro DNA culturale
Sono nato nel 1975. Questo significa che avevo sette anni quando uscì Thriller. Significa che l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza di tutti quelli della mia generazione, la famosa “Generazione X” per intenderci, hanno avuto un’unica, costante colonna sonora: Michael Jackson. Michael era l’aria che respiravamo. Era l’evento che fermava il mondo. Era il sabato pomeriggio davanti alla televisione, era MTV, era la prima cassetta consumata fino a romperla, era il mito che ha reso magici gli anni ’80 e che continua a farlo.
Quindi quando sono entrato in sala a vedere il film, non ho portato il taccuino. Ho portato cinquant’anni di vita, facendo un viaggio nel nostro DNA culturale.
La critica lo ha quasi stroncato ed il giudizio è “generalmente sfavorevole”, scritto pure con una certa soddisfazione burocratica. Ma nel frattempo il film ha polverizzato ogni previsione iniziale, diventando il miglior debutto di sempre per un biopic, incassando già 217,4 milioni di dollari nella prima settimana, con un A- su CinemaScore, che è il voto del pubblico pagante all’uscita dalla sala. Non i cinefili su Reddit. Le persone che hanno comprato il biglietto.
Qualcosa non torna quindi. E vale la pena capire cosa.
La critica più ripetuta e pigra è quella che accusa il film di non scavare abbastanza, mancando di profondità e raccontando solo la superficie. Critica legittima, in teoria. Tranne per un dettaglio che sembra essere sfuggito a molti recensori: Michael si ferma al 1988, al Bad World Tour, a Wembley. È il primo capitolo di una storia più grande. Giudicarne la profondità psicologica senza sapere dove andrà il secondo film è come abbandonare un romanzo a metà e poi lamentarsi che i personaggi non si siano sviluppati abbastanza.
Poi c’è la questione delle accuse. Qualcuno si lamenta che il film non le affronta. Ma Michael Jackson è stato processato nel 2005 ed assolto da ogni accusa. E comunque quegli eventi vengono dopo il 1988. Per cui sono letteralmente fuori campo. Chiedere a questo film di processarlo è come chiedere a un romanzo sull’infanzia di Dostoevskij di spiegare la Rivoluzione russa. Il regista Antoine Fuqua non si è “distratto”; ha scelto di raccontare l’ascesa e il genio prima che il mondo decidesse di cannibalizzarlo. I critici volevano l’ennesimo processo mediatico? Beh, hanno sbagliato sala.
Quello che il film racconta, invece, lo racconta bene.
Il primo atto è un pugno emotivo allo stomaco ed appartiene a Juliano Krue Valdi, che interpreta il Michael bambino, quello dei Jackson 5, quello che abbaglia Berry Gordy alla Motown con una voce che non dovrebbe esistere a quell’età. Valdi è straordinario: carisma sfacciato e vulnerabilità insieme, e quella combinazione ti fa venire voglia di proteggerlo da quello che sai già che verrà.
Poi arriva la parte dell’età adulta e solo un Jackson poteva incarnarsi in lui. Jaafar Jackson non imita lo zio. Lo abita letteralmente, catturandone l’anima, la dolcezza e l’energia elettrica in modo quasi soprannaturale. Ogni piega del gomito nel moonwalk, ogni cadenza della voce, ogni sorriso che arriva con mezzo secondo di ritardo, come se i sentimenti di Michael filtrassero sempre attraverso uno strato di vetro. Nelle sequenze di Thriller e Billie Jean ci si dimentica di essere davanti a un film e sembra di vedere davvero Michael. È un risultato che avrebbe terrorizzato chiunque, e lui lo raggiunge al primo tentativo. Ha tutte le carte in regola per vincere l’Oscar come migliore attore protagonista nel 2027.
Il ritratto della famiglia è potente e Colman Domingo nei panni di Joseph Jackson fa qualcosa di più difficile ancora: non consegna un cattivo o il classico villain. Consegna un uomo. Un padre che credeva di fare la cosa giusta, che voleva strappare i suoi figli alla miseria di Gary, Indiana, a una vita passata a lavorare in cantiere o in fabbrica per qualche dollaro. “In questa vita o si è vincenti o si è perdenti”, continua a ripetere incessantemente ai figli. La sua durezza aveva paradossalmente una logica, e il film ce la mostra senza assolvere niente e senza condannare per semplicità. All’inizio quasi lo capisci, Joseph. Poi guardi il bambino e non puoi che stare dalla parte del bambino.
E quel bambino è Michael. Quello che da adulto, troverà la forza di perdonarlo. Quello che si rifugiava nella fiaba di Peter Pan perché il mondo reale era già stato troppo duro. Quello con un amore smisurato per gli animali. Quello con un cuore così grande da diventare, anni dopo, anche la sua vulnerabilità. Quello che credeva davvero che la musica potesse cambiare le cose, che l’arte avesse un dovere verso il mondo, non solo verso il pubblico. Il film lo trasmette benissimo e si ferma quando Michael è finalmente libero da quella figura, all’apice del successo, e in quel momento di solitudine luminosa c’è già tutto quello che serve capire.
I critici forse volevano altro. Volevano l’ombra e lo scandalo. Non sono arrivati, e questo li ha delusi. Il pubblico voleva vedere il mito. Voleva ricordare perché lo ha amato. Voleva sentire ancora una volta Billie Jean a tutto volume e sentirsi di nuovo bambino, bambina, ragazzo, ragazza, sentirsi vivi.
Io sono uscito dalla sala con quella sensazione. Per tutti quelli che lo hanno amato e continuano a farlo, questo film è un atto di giustizia. Ed è un viaggio visivo incredibile ed emozionante, dalla grinta degli anni ’60 alle luci al neon degli anni ’80.
Lasciate perdere i “soliti noti”. Se Michael Jackson è parte della vostra vita, andate in sala. Fatevi travolgere dalla musica e dalla nostalgia. Perché alla fine, in questo caso, ha ragione il pubblico: il mito di Michael Jackson non morirà mai.


