“Eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?” Il lavoro come opera di pace
Il 1° maggio non è nato come una celebrazione, ma come un grido: quello delle lotte operaie tra XIX e XX secolo. Un richiamo a cui la Chiesa non è rimasta sorda. Dal magistero di Leone XIII fino al 1955, quando il Venerabile Pio XII istituì la memoria di San Giuseppe Artigiano, il mondo cristiano ha voluto dare una dimensione spirituale alla fatica umana. Giuseppe, il “giusto” dalle mani callose, ci insegna che il lavoro non è solo sostentamento, ma un modo per “prolungare l’opera del Creatore” e servire i fratelli.
È in questo solco di operosità silenziosa che si inserisce l’esperienza de il Centuplo. Come la bottega di Nazaret, questa nostra realtà lavora ogni giorno con dedizione e senza clamore per generare bellezza e tessere relazioni, convinta che ogni attività quotidiana sia un contributo personale al piano di Dio nella storia.
Tuttavia, proprio questa “nobiltà del lavoro” è oggi messa in discussione da una realtà drammatica. Nel suo messaggio per questa festa, il Cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, esprime un’inquietudine profonda che scuote le coscienze del nostro territorio. Il paradosso è sotto gli occhi di tutti: la crisi industriale degli ultimi decenni trova oggi un “motore di rilancio” nell’industria bellica.
“Eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?”, domanda Repole. È un interrogativo che chiama in causa la nostra responsabilità collettiva. Se è vero che non si può colpevolizzare il disoccupato che accetta un impiego per dignità familiare, è altrettanto urgente chiederci se sia umano prosperare sulla distruzione altrui.
Per uscire da questo stallo, la strada è una sola: il dialogo. La Chiesa locale si offre come luogo di incontro e approfondimento, un impegno che il Centuplo sposa pienamente da sempre. Solo attraverso il confronto tra istituzioni, imprese e cittadini possiamo riscoprire un lavoro che non disgiunga la pace dal pane.
La Gaudium et Spes ci insegna che il nostro lavoro, pulito e ispirato, è già un servizio alla società e un mattone nella realizzazione del piano provvidenziale di Dio. Facciamo in modo che ogni nostra attività, piccola o grande, sia un “seme di pace”. Seguendo l’esempio di Giuseppe, diventiamo architetti di una comunità che non affida le sue speranze al conflitto, ma alla dignità del lavoro e alla bellezza del bene comune. Trasformiamo le difficoltà in opportunità per moltiplicare, cento volte, la vita.
Buon lavoro. Lavoriamo per la Pace.


