E’ arrivata l’ora – in racconto di Benedetta Bindi
“Ho fatto tutto quello che potevo, lo giuro! Ma ho perso l’equilibrio…”
Così avevo risposto all’automobilista che mi aveva soccorso mentre ero steso sull’asfalto bagnato.
Lui mi guardò appena e disse soltanto: “Non si muova. Chiamo l’ambulanza.”
Poi sentii un dolore acuto alla gamba che saliva lungo la schiena e rimasi fermo. Poco dopo arrivò il rumore lontano delle sirene. Avevo avuto un brutto incidente in moto. Perone rotto, braccio fratturato, costole incrinate.
“Le è andata bene,” mi disse un poliziotto qualche giorno dopo, osservando le foto della moto distrutta. “Poteva morire.”
Avevo fatto tutto da solo. Pioveva, correvo troppo, ero in ritardo. Poi ero stanco, continuavo a fare tardi la sera, come se avessi vent’anni. Un cliente mi aveva trattenuto più del previsto e un altro mi aspettava già in ufficio. Vendevo da anni finestre e porte blindate. La ditta era di mio padre, avevo preso io le redini dell’azienda, dopo che a lui era stato diagnosticato il parkinson. Così lavoravo sempre. Correvo sempre.
Sport, lavoro, donne. Quella era stata la mia vita.
Ero uno di quelli che si sentono ancora invincibili passati da un pezzo i quarant’anni. Dormivo cinque ore per notte: palestra alle sette del mattino, ufficio tutto il giorno, cena fuori la sera.
Mi piaceva piacere. E gli altri continuavano a dirmi: “Tu non invecchi mai.”
Avevo relazioni che finivano non appena sentivo pronunciare la parola “famiglia”.
Per questo quell’incidente mi aveva distrutto più dentro che fuori. Per la prima volta avevo sentito il corpo tradirmi.
Alla clinica riabilitativa dove mi trasferirono dopo l’ospedale conobbi Suor Augusta. Piccola, magra, con due occhi chiarissimi e una calma che quasi mi innervosiva. Un pomeriggio si sedette accanto al mio letto e mi disse:
“Noi spesso abbiamo fatiche interiori e l’unica cosa da fare è affidarci al Signore. Questo non significa scappare, ma entrare nella vita con un cuore diverso, sapendo che non siamo soli.”
Io girai la faccia dall’altra parte. Non avevo voglia di sentire discorsi religiosi. Anzi, era proprio l’ultima cosa della quale pensavo di avere bisogno.
Lei però continuò con dolcezza:
“Forse oggi puoi fare proprio questo: fermarti un momento e dire soltanto: ‘Signore, mi affido a te’.”
Risposi ironico: “Più fermo di così !“
La verità era che odiavo stare lì. Ed è vero, i miei pensieri mi frullavano in testa, e lei lo sapeva. Pensavo soltanto a quando sarei tornato in palestra, al lavoro, a Cristina, una polacca conosciuta su un’app di incontri.
Ero immobilizzato nel mio dolore. Non collaboravo con i fisioterapisti, rifiutavo il cibo.
Avevo perso sette chili. Restavo ore a guardare il soffitto. Nemmeno la televisione mi interessava: mi dava fastidio tutto, persino il mio respiro.
Un giorno Suor Augusta mi disse:
“Francesco, devi avere il coraggio fino in fondo di fare ciò che ti spetta.”
“E cosa mi spetta?”
“Vivere.”
Lei iniziò a passare ogni pomeriggio. Mi raccontava di suo fratello minore e diceva che io gli somigliavo nel carattere: orgoglioso, pieno di energia e incapace di chiedere aiuto.
Cominciammo a pregare insieme. All’inizio lo facevo per noia, e anche perché lei mi stava simpatica: faceva battute, mi faceva ridere. Poi lentamente mi accorsi che quelle parole mi calmavano davvero. E quando, per qualche impegno, non passava da me, mi mancava.
Così iniziai a pregare da solo.
Una sera rimasi sveglio più del solito. Dalla finestra della clinica si vedevano le luci della città e la pioggia che cadeva piano.
Pensai a tutte le donne avute, al mio armadio pieno di vestiti, ai soldi guadagnati, agli aperitivi, alle notti finite tardi.
Avevo sempre creduto che la vita fosse riempire il tempo. Ma forse la vita era imparare a dare un senso al tempo.
Scoppiai a piangere senza sapere nemmeno perché.
Il giorno dopo mangiai abbastanza. Nel pomeriggio affrontai la fisioterapia. Era arrivata una nuova ragazza a insegnarmi gli esercizi da fare. Era dolcissima, bella, solare, in silenzio feci tutto senza lamentarmi.
“Ancora uno,” mi diceva.
E io, per la prima volta dopo anni, accettavo che qualcuno mi guidasse.
“Finalmente,” sorrise Suor Augusta vedendomi così motivato. Da quel momento qualcosa cambiò. Una mattina, durante gli esercizi, riuscii finalmente a rimettermi in piedi senza aiuto. Claudia la fisioterapista applaudì e sorridendo disse:
“È venuta l’ora. Adesso puoi camminare da solo.”
Io guardai Suor Augusta, ferma sulla porta. Lei fece soltanto un cenno con la testa, come se aspettasse quel momento da sempre.
Abbiamo iniziato a sentirci con Claudia ora che sono uscito dalla Clinica. Messaggi brevi, qualche telefonata la sera. Non so se tra noi nascerà davvero qualcosa. Non so nemmeno se lei mi guardi come io guardo lei. Ma per la prima volta nella mia vita non desidero una donna soltanto per riempire un vuoto, o per pavoneggiarmi con gli amici. Desideravo stargli accanto.
In queste sere non esco, rimango a casa, o invito un amico . Ho voglia solamente che mi chiami lei. L’incidente non mi ha soltanto spezzato delle ossa. Ha incrinato la vita che mi ero costruito addosso.
Avevo paura di tutto: di fermarmi, di amare, di essere visto per quello che ero davvero.
Guarire non significa tornare come prima, significa smettere finalmente di scappare, o almeno cosi è per me.


