sport

Zverev, la finale, il diabete e i fantasmi sciolti al quinto set

“La victoire appartient au plus opiniâtres”: La vittoria appartiene ai più tenaci. La storica frase che campeggia sugli spalti del Court Philippe-Chatrier oggi è la sintesi perfetta di una carriera intera.

Perché oggi Alexander Zverev ce l’ha fatta. Ha abbattuto l’ultimo baluardo di una resistenza azzurra commovente, quella di Flavio Cobolli, e si è preso il suo primo, benedetto titolo del Grande Slam. Ha scritto la sua storia, ha polverizzato i suoi demoni interiori e ha seppellito tutti i fantasmi dei fallimenti passati e di una carriera passata a un millimetro dal paradiso.

Nessuno più di lui, in questo esatto momento storico, meritava questa redenzione. A memoria recente, non si ricorda un altro giocatore che abbia avuto un bisogno così viscerale, disperato e quasi doloroso di vincere un Major. Questa Coppa dei Moschettieri cambia tutto: pulisce la lavagna e riscrive completamente la narrazione intorno a un’intera vita spesa con la racchetta in mano.

Se ci si ferma a riflettere, la traiettoria di Zverev è un unicum nel tennis moderno. Sascha è un sopravvissuto del tempo. Ha iniziato a gareggiare quando i giganti della GOAT Gen (Djokovic, Federer e Nadal) dominavano la terra e il cielo; è rimasto in piedi quando è emersa la generazione di mezzo (i Medvedev, i Thiem, i Tsitsipas); e oggi si ritrova ancora lì, a dare battaglia alla nuova dittatura generazionale di Sinner e Alcaraz. È stato presente in ogni singola era, ha incassato colpi devastanti, ha visto la sua caviglia destra sbriciolarsi su questo stesso campo quattro anni fa e ha masticato l’amaro di finali Slam perse per un soffio.

Ha una schiera infinita di detrattori e critici, eppure ogni giorno combatte contro un avversario invisibile che non fa sconti a nessuno: il diabete di tipo 1 fin dall’età di quattro anni. Gestisce la sua fondazione per bambini diabetici, si inietta l’insulina nei cambi di campo, convive con il proprio limite e lo trasforma in un manifesto di speranza per milioni di ragazzini. Potrà non stare simpatico a tutti, ma oggi il mondo del tennis deve togliersi il cappello. Oggi merita solo un rispetto assoluto.

Dall’altro lato della rete c’era il nostro Flavio Cobolli. Ed è proprio la grandezza del romano a rendere gigantesco il trionfo del tedesco. Flavio ha disputato un torneo irreale, privo di timori reverenziali, affrontando la finale con la sfrontatezza di chi ci ha creduto per ogni singolo secondo del cammino. Il match si è rivelato un’altalena di emozioni brutale, una sceneggiatura scritta da un autore sadico.

Il primo set, dopo un game inaugurale infinito che ha subito chiarito l’algebra della fatica sulla terra battuta, è scivolato via rapido: un 6-1 per Zverev, partito con le idee chiarissime e un servizio devastante. Ma Cobolli non è uno che si lascia intimorire dal palcoscenico. Ha alzato i giri del motore, ha risposto colpo su colpo e si è preso con le unghie il secondo parziale per 6-4.

Da quel momento, la finale è diventata un thriller psicologico. Nel terzo set, nonostante la vittoria finale per 6-4 da parte del tedesco, l’aria sul centrale si è fatta pesante.

Chiunque conosca la storia di Sascha ha potuto vederli: i suoi fantasmi erano lì. Erano presenti sul campo, si sono seduti pesantemente sulle sue spalle, hanno appesantito la sua racchetta. Sono arrivati gli errori, i doppi falli nei momenti caldi, quel braccio che sembrava voler rigettare la gloria. Poi, all’improvviso, lo sprazzo del fuoriclasse che cancella tutto. Il quarto set è stato un corpo a corpo agonistico trascinatosi fino al tie-break. Lì Cobolli ha raschiato il fondo delle energie, ha gettato il cuore oltre la rete e lo ha vinto. Due set pari. Si va al quinto parziale, come in ogni finale Slam che si rispetti, come se il destino volesse spremere fino all’ultima goccia di sudore da entrambi.

Ma è nel quinto set che la storia ha deciso di girarsi dall’altra parte. Lì dove molti si aspettavano il crollo definitivo di Zverev, lui ha deciso che la sofferenza era durata abbastanza. Ha resettato la mente, ha alzato il livello del gioco in modo spaventoso e i demoni, finalmente, sono evaporati. È finita. È fatta. 6-1 per Sascha. Ricordo qualche tempo fa, quando dopo una delle tante batoste dolorose, Zverev si era guardato allo specchio in conferenza stampa sussurrando una frase che sapeva di resa: “Forse non sono abbastanza bravo”.

Oggi, Sascha, la terra di Parigi ti ha risposto. Invece lo sei. Lo sei sempre stato. Oggi è il tuo momento, il tuo giorno, il tuo tutto. Anche Flavio te lo ha detto: “nessuno lo meritava più di te”. Oggi, sei un campione di Grand Slam ed un’ispirazione per chiunque affronti avversità. Un potente promemoria che nessun ostacolo è troppo grande con tutto il cuore e la determinazione possibili.

Screenshot

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *