Il silenzio che salva e la parola che libera: l’insegnamento tibetano che nessuna dittatura potrà mai spegnere
Cosa possiamo fare, concretamente noi occidentali, per aiutare il popolo tibetano che vive da oltre settant’anni sotto repressione?
È la domanda che ho rivolto all’attivista e musicista tibetano Loten Namling durante il Vesak al Mandala Samten Ling – Centro Studi Tibetani, che ho avuto il piacere di presentare come membro del Direttivo.
La sua risposta è stata semplice e potente:
“Parlate della nostra filosofia, non di politica, parlate del Buddhismo e della pace. Il modo migliore per aiutarci è divulgare i nostri valori di compassione e gentilezza.”
In quelle parole ho ritrovato l’essenza stessa dell’insegnamento buddhista che studio, pratico e divulgo da diversi anni. Non ha detto battetevi e protestate, ha detto continuate in modo pervasivo, lento e insistente a parlare della nostra cultura.
In queste parole ho ritrovato il pensiero nonviolento: la convinzione che cultura, educazione e dialogo possano essere strumenti di cambiamento profondo.
Continuare a parlare del Tibet, così come di ogni popolo colpito da guerra o repressione, non serve soltanto a sostenere chi soffre. Serve a contrastare l’indifferenza e l’ignoranza, oggi sempre più diffuse, serve a mantenere viva la nostra capacità di conoscere e riconoscere ogni forma di violenza e condannarla senza scuse.
Oggi porto con me la ricchezza di questi incontri e l’impegno sempre più vivo e urgente di continuare a percorrere vie di Pace.


