Il funambolo – un racconto di Benedetta Bindi
Mi sono sempre sentito in bilico. Come se la vita fosse un filo e io sopra a camminare, con il rischio di cadere da un momento all’altro.
Una volta un compagno di karate mi disse:
«Non potrai mai ambire alla cintura nera se sei così discontinuo.»
La cintura nera, in realtà, l’ho presa. Ma a caro prezzo. Mi venne l’alopecia: buchi sulla testa come piccole comete. A sedici anni dovetti rasarmi a zero.
Avevo iniziato karate da piccolo, e anno dopo anno, diventavo sempre più bravo. Vinsi parecchie gare. Altre, però, le persi contro avversari che, sulla carta, erano meno forti di me. Alcuni giorni mi sentivo invincibile. Altri cadevo al tappeto come una foglia in autunno.
Discontinua era anche la mia attenzione a scuola.
«Flavio è bravo, anche bravissimo… ma altre volte è un disastro totale.»
Era quello che i professori dicevano ai miei genitori.
A diciannove anni arrivò il momento che ricordo più di ogni altro.
Dopo una gara nazionale a cui tenevo moltissimo, e che persi malamente, dalla rabbia tirai un calcio alla porta dello spogliatoio e la ruppi.
Il mio maestro, Maurizio Covich, mi guardò e disse:
«Per praticare il karate servono due cose: mani terribili, e quelle non ti mancano, e il cuore del Buddha. Dal secondo sei ancora molto lontano. Quest’anno ho capito che è meglio se ti fermi qui. Esci con le ragazze, vivi, divertiti. Il karate non è solo uno sport: è un esercizio spirituale. Tu, adesso, hai bisogno di altro.»
Avevo diciannove anni. Gli credetti.
Rimasi muto, presi le mie cose e scappai.
Tornai a Roma in autostop.
Mi diede un passaggio un camionista che fumò per tutto il viaggio. Io, che di solito sto zitto, parlai come fossi dall’analista.
Quando arrivammo sotto casa mia si girò verso di me e disse:
«La vita si restringe o si espande in base al proprio coraggio. Hai le gambe? Rialzati. Io avevo una società. Il mio socio ha fatto casini, non ti sto a raccontare in che situazione mi sono trovato a cinquant’anni. C’era da buttarsi da un ponte. Invece mi sono reinventato. Ho una moglie, un figlio della tua età e riesco a non fargli mancare nulla. Il superfluo di un tempo? Quello no, ovvio. Ma non era poi così necessario. E tu ti lamenti per qualche incontro andato male? Le persone, anche le migliori, sono minacciate da qualche mostro. Per mesi mi sono chiesto perché fosse capitata proprio a me una disgrazia simile, un socio ludopatico. Poi ho deciso di mettere il mostro in prigione. Non mi sono fatto mangiare da lui. Vai a casa e ammanetta il tuo mostro.»
Mi diede una pacca sulla spalla che ricordo ancora oggi.
Non misi mai più piede nella mia palestra.
A casa, quando si parlava di karate, minimizzavo.
«Tanto non volevo fare il professionista.»
Ma quando restavo solo, il mostro rompeva la gabbia. Aveva la voce del mio maestro.
Un giorno mio padre, criticando il voto di un esame di Economia, mi disse che avevo lasciato il karate perché non ero centrato. Ero discontinuo.
Mio fratello Claudio, invece, era costante in tutto.
Gli urlai che, quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo anche il diritto di essere liberi.
Gli dissi che, da quel momento, suo figlio Vincenzo era figlio unico.
Nei mesi seguenti andai a vivere da mia nonna.
Tornai a casa per mia madre. Perdonare mio padre mi è costato anni.
Il karate era diventato il mio grande rimpianto. Il maestro aveva visto il problema giusto. Aveva sbagliato soltanto il nome. Non era un difetto del carattere. Era il mio modo di essere. Per dodici anni non praticai più. Mi laureai e iniziai a lavorare.
Poi un collega, sapendo che da ragazzo avevo vinto qualche medaglia, mi convinse a ricominciare. Suo figlio aveva aperto una palestra e cercava istruttori. In più avevo il colesterolo alto, e iniziavo a vedermi la pancia.
Era il momento giusto.
Dopo due mesi mi ritrovai esattamente dove ero rimasto. Le tecniche tornavano da sole. Mettevo al tappeto ragazzi di vent’anni tra gli applausi. Poi, puntualmente, mi facevo sorprendere da un principiante.
La differenza era che, questa volta, non mi odiavo più.
La mia discontinuità non era sparita. Avevo smesso di considerarla una colpa. Anche mia moglie aveva imparato a riconoscere i miei giorni luminosi e quelli in cui sembravo spegnermi.
Mi aiutò anche don Dario. Un giorno mi disse:
«Accetta i tuoi difetti. Non sono così gravi. Sono nella tua natura. Il cane abbaia, il gatto miagola… e tu, Flavio, sei discontinuo.»
Gli risposi:
«Mi sono sempre sentito un funambolo. Uno che cammina sul filo della vita, sempre sul punto di cadere.»
Lui sorrise.
«Tutti viviamo in equilibrio. Solo in cielo si vola.»
Qualche mese dopo presi il patentino da insegnante. Oggi sono istruttore riconosciuto dal CONI e insegno due sere a settimana, dopo il lavoro.
Quando incontro un ragazzo, o una ragazza, bravo ma discontinuo, non gli dico di smettere. Gli dico di conoscersi. Di non scambiare la propria natura per un difetto.
Io continuo a sentirmi un funambolo.
Solo che, adesso, conosco il filo. E lui conosce me.


