Il mio amico supereroe: la storia (vera) di Giovanni Donati e delle costole in titanio
Ho trascorso gli anni importanti della mia adolescenza in un gruppo di cui faceva parte un ragazzo
più grande, con cui ho riso, ho studiato, ho frequentato i campiscuola. Nonostante le strade diverse,
l’affetto, negli anni, è rimasto immutato e ogni tanto le nostre vite si sono incrociate nuovamente, ma
oggi … scopro che è un supereroe. Intendiamoci, visto che ha deciso di fare il chirurgo (toracico), che
fosse un po’ supereroe lo sapevo già, ma adesso la cosa è certificata.
All’inizio di quest’anno, infatti, il suo nome ha campeggiato sui giornali per un intervento salvavita
complesso e innovativo. Ho quindi deciso di farmi raccontare il punto di vista di un medico cattolico
(fa parte dell’AMCI, Associazione Medici Cattolici Italiani, ed è membro clinico del Comitato Etico
della Valle d’Aosta) su situazioni complesse come queste.
Il percorso che ha portato a questo intervento comincia oltre un anno fa, quando una giovane donna
valdostana, che da tempo pensava di essere asmatica, proprio a causa di un peggioramento dell’asma,
si sottopone ad una radiografia presso l’Ospedale Regionale “Parini” e scopre che, invece, i suoi
problemi di respirazione sono legati ad una massa tumorale di notevoli dimensioni che comprime il
polmone destro. I medici, piuttosto scioccati, la trattengono per accertamenti e, alla fine, individuano
la tipologia di tumore: si tratta di una forma piuttosto rara, a lento accrescimento e non troppo
aggressiva. Sicuramente era lì a crescere da anni e probabilmente aveva causato i sintomi scambiati
per asma.
Comincia la ricerca di un modo per intervenire. Intanto la donna deve prendere farmaci per
supportare la respirazione, ma anche per il cuore e la circolazione, visto che ormai risulta compressa
anche la vena cava. L’ospedale di Aosta è un ospedale di provincia, in cui i casi “particolari” spesso
vengono dirottati altrove. Entrano allora in gioco importanti ospedali e centri specializzati del Nord
Italia, ma sembra che nessuno prenda veramente a cuore il caso. Intanto il mio amico-eroe, segue
passo passo la paziente, fornendole le informazioni necessarie e supportandola nel percorso (non
facile), deciso a farle intraprendere la via più sicura, sia nell’immediato sia in prospettiva.
Questa volontà, però, si scontra con il fatto che i grandi centri – spesso – trattano le persone come
numeri e difficilmente si trova chi voglia davvero spendersi per un singolo caso, per quanto
particolare. Il mio amico no!
Visto l’immobilismo dei “grandi”, decide che farà diventare “grande” – anche solo per una volta – l’ospedale di Aosta. Con perseveranza e competenza, mette insieme un team e riesce a convincere l’Amministrazione Sanitaria ad approvare una spesa importante: la completa ricostruzione in titanio stampato in 3D di ben 3 costole.
La fabbrica che può produrla è alle Canarie, quindi comincia una complessa progettazione con contatti via web a partire da risonanze e tac.
Dopo circa un anno, mettendo insieme competenze locali, nazionali e straniere e valutando con
cura ogni possibile evenienza (“passavo le notti a pensare a cosa sarebbe potuto succedere”), si arriva
all’intervento vero e proprio. La massa viene rimossa insieme alle 3 costole ormai inglobate e si scopre
che praticamente è grande e pesa quanto un neonato: 3 chili! Le costole in titano – sufficientemente
rigide da svolgere il lavoro di protezione e contenimento, ma sufficientemente flessibili da consentire
respirazione e movimenti – sono state avvitate alla spina dorsale e allo sterno; la pleura è stata
sostituita da una membrana biologica in collagene di origine animale, da cui sono state rimosse le
cellule, e che verrà poi progressivamente inglobata dai tessuti della donna; la paziente è rapidamente
tornata alla propria vita.
Ed è proprio questo il punto: la sua vita.
Il medico ha lottato perché una donna potesse tornare ad una vita di qualità, perché potesse respirare di nuovo (una delle proposte era di sostituire le costole con delle protesi in biocemento, ma l’impianto sarebbe stato rigido e avrebbe impedito certi movimenti), perché potesse vivere senza dolore e senza farmaci.
Sicuramente lo ha fatto anche per la sfida che questo intervento costituiva (naturale motivo d’orgoglio), ma il modo in cui lo ha fatto, la cura e l’attenzione con cui ha seguito il caso vengono dalla sua umanità, dalla fede di cui è permeata la sua vita, che gli impedisce di ridurre le persone a numero.
L’intervento ha trovato spazio sui giornali per qualche giorno e presto verrà presentato – com’è giusto che sia – sulle pubblicazioni specializzate, ma io voglio guardare oltre la tecnologia e la scienza mediche e voglio ringraziare per l’esistenza di medici tosti e umani come GIOVANNI DONATI, che, coadiuvato dall’équipe del dott. Droz, non ha solo seguito un caso facendone un esempio in ambito medico, ma ha lottato per restituire pienamente a sé una donna (non un numero).
Maria Sole Bionaz






