L’eleganza di un sorriso: viaggio nell’ironia inglese
Ne avevo sempre sentito parlare. Su libri, film e racconti di viaggio la definizione ritornava costante, quasi fosse un mito avvolto nel mistero: il British Humour. Ma cosa fosse davvero, fino in fondo, me lo ero sempre chiesto. Poi sono bastati quattro giorni a Londra — vissuti sotto un sole splendente e con temperature straordinariamente sopra i trenta gradi — per trovarmi immerso proprio in quell’ironia così celebre e comprenderne la magia.
L’abbiamo incontrata ovunque. Dalle cuffiette dell’autobus hop-on hop-off, dove una voce narrante arguta e scoppiettante ci accompagnava tra i quartieri della città, fino, e soprattutto, sulla River Cruise sul Tamigi. La nostra guida dal vivo, un uomo dall’aplomb imperturbabile e la battuta fulminea, è stato un vero e proprio maestro in materia.
La prima battuta è arrivata ancor prima di salpare. Guardando il cielo incredibilmente limpido ci ha accolti così: «Benvenuti a Londra. Se non vi piace il tempo… aspettate cinque minuti.» Poi, osservando il sole che continuava ostinatamente a splendere, ha rincarato con aria serissima: «Oggi abbiamo il sole. Non ditelo troppo in giro o penseranno che siamo in vacanza.» Tutti sono scoppiati a ridere.
Mentre navigavamo placidamente, ci ha regalato alcune perle che ancora ci fanno sorridere. E, nello stesso spirito, non sono mancate alcune delle battute che circolano più spesso tra le guide londinesi. Passando sotto l’imponente ombra del Big Ben, ha commentato secco: «Ed ecco a voi l’orologio più famoso del mondo. È così preciso che, se arrivate in ritardo all’appuntamento, non potete dare la colpa a lui. Solo alla vostra scarsa organizzazione.» E subito dopo, quasi a voler sdrammatizzare persino un monumento simbolo della nazione: «Questo è il Big Ben. Se sentite i rintocchi, significa che funziona ancora. Gli inglesi sono molto orgogliosi di questa tecnologia del XIX secolo.»
Poco dopo, di fronte al maestoso Tower Bridge, mentre tutti noi eravamo intenti a fotografare ogni singolo dettaglio delle torri neo-gotiche, è arrivata un’altra battuta tipicamente britannica: «Se siete fortunati lo vedrete aprirsi. Se siete davvero fortunati, non sarete sopra mentre succede.»
Scivolando lungo il Tamigi è arrivata un’altra frecciata, questa volta rivolta alla città stessa: «Il Tamigi è così pulito che oggi ospita decine di specie di pesci. Alcuni dicono che perfino loro preferiscano vivere qui piuttosto che pagare gli affitti di Londra.»
Infine, puntando verso il London Eye, ha chiosato con un sorriso sornione: «La ruota panoramica più grande d’Europa. Un consiglio da amico: se ci salite, ricordatevi di guardare fuori. È per questo che l’hanno costruita, sapete. Per farvi vedere quanto è grande Londra e per farvi sentire piccoli piccoli.»
Ecco cos’è, alla fine, il British Humour: l’arte dell’understatement, la capacità di sminuire l’ovvio con estrema eleganza e, soprattutto, un’autoironia raffinata. È la capacità di prendere sul serio le cose leggere e di trattare con leggerezza le cose grandi, il tutto condito da un sarcasmo pungente ma mai offensivo.
Per noi, abituati a una comicità spesso più viscerale e teatrale, questa leggerezza intelligente è stata una boccata d’aria fresca (nonostante il caldo!). È una forma di cortesia e di intelligenza relazionale che rende l’atmosfera più rilassata. È, a tutti gli effetti, una delle “cose belle” di Londra che ci portiamo nel cuore: la dimostrazione che un sorriso, specialmente se rivolto prima di tutto a se stessi, è l’accessorio più elegante che si possa indossare.


