Il giro di pranzo
Faccio sempre lo stesso giro all’ora di pranzo. L’isolato vicino all’ufficio, con le cuffie nelle orecchie. Qualche giorno fa mi hanno superato un’ambulanza e un camion dei pompieri, hanno girato proprio dove giravo io. L’ambulanza si è fermata, i pompieri facevano manovra per entrare. Io stavo ascoltando Con un deca degli 883. Una canzone di due amici che da ragazzi non sapevano come passare la serata, senza una lira.
Sono rimasto lì, imbambolato. Solo dopo un po’ mi sono accorto che la canzone andava ancora.
Di solito non sono così. Guardare, restare, quando ci sono già i soccorsi, mi è sempre sembrata una forma di morbosità, nutrirsi del dolore. Ma qualcosa mi tratteneva. Ci ho messo un po’ ad andarmene, senza sapere perché.
La mattina dopo mi ha chiamato una mia carissima amica, abita a centinaia di chilometri da qui. Lei e suo marito sono famiglia, per me. Mi ha detto che un loro amico carissimo, che con suo marito aveva un legame quasi fraterno, era morto il giorno prima, per un incidente sul lavoro. Loro erano distrutti, facevano fatica a realizzarlo, cercavano di non pensarci. Ma come fai a non pensarci.
Non avevo collegato nulla, in quel momento. Ci ho messo un giorno in più e poi ho cercato dove fosse successo l’incidente. Era lì. Era il posto che avevo visto io. Era lui quello per cui era arrivata l’ambulanza.
Mi sono sentito investito, indegnamente, di una specie di incarico del destino. Un amico di due persone cui voglio bene a cento metri da me e io non sapevo nemmeno che esistesse. Come se mi fosse toccato, senza saperlo, il compito di non lasciarlo solo. Di dirgli “in qualche modo, qualcosa di familiare per te è qui”.
Ho sperato che fosse vero. Che qualcosa fosse arrivato comunque: le vibrazioni di amici in comune, una canzone che parla di due ragazzi senza una lira che diventano uomini ma non si scordano nulla di quello che erano. Ho sperato che si fosse sentito accompagnato in quel viaggio che non aveva messo in conto. E non per presunzione mia ma per una segreta speranza atavica, per lo stesso istinto per cui le veglie esistono e nessuna cultura umana lascia che un corpo se ne vada senza presenza.
E la canzone non era casuale nel senso magico del termine ma nel senso più vero: era lì e ora è cucita per sempre a quel momento e questo le dà un peso che nessuna canzone sceglie di avere.
È una cosa stupida, lo so. Ma è quello che spero per chiunque si trovi davanti a un dolore che non aveva calcolato. Lo spero per i miei amici, per i familiari di quell’uomo.
E lo spero per lui che quella strada dove siamo passati per soccorrerlo o per caso, non voleva di certo che finisse.


