Guardare in alto per ricordarsi di essere polvere di stelle
Per desiderare bisogna guardare il cielo.
Embè, così sta scritto.
Nella parola latina, dico, desiderare: de-sideris.
Mancanza delle stelle.
E niente, l’uomo dalla notte dei tempi ha capito che se guarda sempre in basso, bene che gli va trova che ne so, una moneta, ma alla lunga rimedia sicuro una cifosi cervicale.
Invece se guarda in alto, meraviglia: il cielo stellato.
Che a contemplarlo -ma parecchio, un bel pezzo, non un’occhiata e via- fa venire voglia di quell’infinito là.
Fa venire proprio nostalgia, di quell’infinito là.
Come se ne fossimo parte pure noi, dell’immenso mistero che ci sovrasta.
E allora ti si accende la lampadina.
Ma sarà per questo che sentiamo quel senso di fame che non passa mai?
Quel senso di felicità che non si appaga mai?
Quel senso di vuoto che fa capolino tutte le volte che abbiamo goduto consumato comprato, e cinque minuti dopo ci sentiamo vuoti punto e a capo?
Eh.
Quel senso di delusione quando l’amore degli uomini, delle donne, degli amici, pure di un padre o di una madre, si mostra così dannatamente imperfetto e incapace di riempire il nostro bisogno di essere amati sempre, di essere amati esattamente così come siamo.
E vabbè.
Lorenzo ci perdoni se questa sera approfittiamo della sua festa in paradiso per esprimere un desiderio.
Guardando il cielo.
Con la speranza enorme, o piccola, o delusa, che quel cielo non sia per niente vuoto.


