Loazzolo, la più piccola DOC d’Italia
C’è una DOC in Piemonte così piccola che potresti attraversarla a piedi in mezz’ora. Si chiama Loazzolo e tutela meno di tre ettari di vigna in un solo comune dell’Astigiano. La Doc Loazzolo si trova a sud della Langa astigiana, al confine con quella albese. Conta circa 3 ettari vitati ed una produzione che nel 2019 non ha superato le 3000 bottiglie. La superficie insiste sul solo territorio comunale di Loazzolo, un paese di circa 400 abitanti posto sulla dosale collinare che separa la valle del fiume Bormida da quella del Belbo.
Lupatiolum, come la chiamavano i latini, significa terra di lupi, l’animale ritratto nello stemma del paese. Una zona definita quindi inizialmente come un territorio selvaggio e inadatto all’agricoltura. La mano dell’uomo ha però ben presto domato queste alture, ricamando i declivi con pregiatissimi filari di Moscato. Terrazzamenti bordati di tufo, infatti, modellano oggi i pendii scoscesi della piccola denominazione di Loazzolo.
Eppure, da quei filari di Moscato Bianco nasce uno dei vini dolci più affascinanti d’Italia.
Una storia di confine e di pazienza.
Siamo in Valle Bormida, nell’Alta Langa.
Qui produrre vini passiti è una tradizione antichissima, tanto che già nel 1908 Arnaldo Strucchi ne parlava nel suo libro “I Migliori Vini d’Italia” come di una pratica consolidata. La DOC arriva molto dopo, il 14 aprile 1992, quasi come un atto di resistenza: salvare una tecnica contadina che rischiava di sparire.
Cosa lo rende unico? La zona di produzione è solo il comune di Loazzolo. I vigneti iscritti alla DOCG Asti che si trovano qui sono considerati automaticamente iscritti anche alla DOC Loazzolo. Non è un Moscato dolce qualsiasi. È un passito di vendemmia tardiva. La vendemmia non si fa in un giorno solo. Inizia dopo il 20 settembre e va avanti per cernite successive: si raccolgono solo i grappoli che hanno raggiunto la maturazione perfetta. Poi inizia la magia.
Le uve vengono lasciate ad appassire, a volte direttamente sulla pianta, a volte su graticci o in cassette. In questa fase può intervenire la Botrytis nobile, la famosa “muffa nobile” che buca la buccia dell’acino e fa evaporare l’acqua, concentrando zuccheri e aromi. Le due tecniche vengono spesso abbinate. E c’è un dettaglio che dice tutto sul suo spirito artigianale: tutte le operazioni di cantina devono essere fatte esclusivamente dentro il comune di Loazzolo. L’attesa lunga due anni. Il disciplinare è severo. Il Loazzolo deve invecchiare almeno 24 mesi, di cui almeno 6 mesi in piccole botti di legno da 250 litri. È un’attesa che serve a domare la dolcezza.
All’esame, infatti, il vino deve presentarsi così: Colore giallo dorato brillante; odore complesso, intenso, con sentori di muschio e di vaniglia, frutti canditi; sapore dolce, caratteristico con lieve aroma di Moscato. Sulla carta ha almeno 15,50% di alcol totale, 11% svolto, e un residuo zuccherino minimo di 50 grammi per litro. In etichetta troverete sempre l’annata e spesso la dicitura tradizionale “vendemmia tardiva”, perché qui tardiva lo è davvero.
Come berlo dimenticate l’idea del vinello dolce da fine pasto. Il Loazzolo è un vino da meditazione. Dà il meglio con la pasticceria secca piemontese, con la classica torta di nocciole servita con zabaione, o in contrasto con un formaggio stagionato o erborinato. La temperatura giusta è 14-15°C, in un calice a tulipano non troppo grande. È un vino raro, prodotto in poche migliaia di bottiglie l’anno da due o tre artigiani.


