Uncategorized

Film “L’ora di Religione” di Marco Bellocchio. L’eternità è un investimento sicuro?

L’eternità è un investimento sicuro? L’eternità è l’assicurazione sulla vita?“. Sono queste le domande centrali (o i postulati sicuri, dipende dai personaggi che le proferiscono) e pressanti che ruotano attorno a questa pellicola di Marco Bellocchio, uscita nelle sale nel 2002. Il regista di Bobbio decide di addentrarsi nel misterioso mondo della fede religiosa, attraverso una storia alquanto surreale e bizzarra: Ernesto Picciafuoco (interpretato da Sergio Castellitto) è un affermato pittore e illustratore di favole per bambini, cresciuto in una delle famiglie della nobiltà romana, ma che col tempo ha perso il suo prestigio. Un giorno si presenta nel suo studio il segretario del cardinale Piumini, prefetto della Congregazione per la Causa dei Santi, che gli chiede di testimoniare in un processo particolare: quello della causa di beatificazione della sua defunta madre. Nel 1979 sua madre è stata barbaramente uccisa da uno dei suoi figli, Egidio, che l’ha colpita a morte nel sonno. Egidio è un uomo affetto da una grave patologia mentale (peraltro clinicamente riconosciuta), e durante le sue crisi isteriche è solito bestemmiare contro Dio o la Madonna. Sua madre, donna di grande fede, più di una volta ha tentato di dissuadere suo figlio dalla bestemmia, ma i suoi tentativi si sono sempre vani, anzi, peggioravano la situazione. La notizia sconvolge e non poco Ernesto, ateo dichiarato, e totalmente all’oscuro dell’iniziativa della causa di beatificazione, promossa dalla sua famiglia (zia, moglie e fratelli) da ormai tre anni.

Nello stesso tempo, a casa sua, sua moglie Irene (interpretata da Jacqueline Lustig), un pomeriggio sorprende suo figlio Leonardo (interpretato da Alberto Mondini) che parla da solo in terrazzo, ed in maniera piuttosto nervosa. Il bambino ripete spesso frasi come “vattene via da qui”, “lasciami in pace”. Si avvicina al bambino e gli chiede con chi stesse parlando. E il bambino gli dice: “Con Dio. Se è dappertutto allora io non sono più libero”. E nello stesso tempo le dice che la maestra di Religione a scuola ha spiegato che Dio è ovunque.

Ernesto e Irene stanno vivendo un intenso periodo di crisi matrimoniale, alimentato dalla sempre più crescente mancanza di dialogo e dalla diversità di vedute su molte questioni fondamentali (compresa quella della beatificazione della madre: per Irene un’opportunità per suo figlio, per Ernesto una buffonata), e da un paio di mesi si sono separati. Ciò che li tiene ancora uniti è il figlio, Leonardo, di cui hanno deciso l’iscrizione all’ora di Religione solo nel secondo anno, da una parte per esaudire il desiderio di frequentarla da parte del bambino, dall’altra forse (nelle intenzioni di Irene) per ingraziarsi il Vaticano circa la causa di beatificazione in corso. Resta il fatto che le  lezioni della maestra di Religione, e le sue abitudini (come quella di farsi il segno della croce di prima di mangiare) impressionano tanto Leonardo, che da una parte emula i suoi gesti (anche lui si fa il segno della croce prima di mangiare), dall’altra gli aprono la prospettiva di un sacco di domande sul senso della vita e della morte. Stesse domande che rivolge a suo padre: “Come fa Dio a conoscere e controllare contemporaneamente sei miliardi di persone?“. A queste domande Ernesto non sa rispondere, ma solo ribadire che lui non crede in Dio. Al che suo figlio gli chiede ancora: “Allora dove andrai quando sarai morto? Resterai tutto solo?”. La voce dei bambini è la voce dell’innocenza per eccellenza (“A chi è come loro appartiene il Regno di Dio”, Mc 10,15), e dalla loro bocca esce tutta intera la verità (“Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza”, Sal 8,3), ed è singolare che di fronte a tanta innocenza, il padre non sappia fare altro che opporre l’illusione (“Allora tu devi dire alla maestra di religione che noi non moriremo più, noi non invecchieremo più, ognuno di noi potrà scegliersi l’età in cui vivere eternamente, eh, questa è una scoperta scientifica, ricordati!“), e che il tempo più bello per vivere eternamente è quello in cui si è provati il primo amore. Domandi semplici, secche, stimolate dalle lezioni di Religione, alle quali si oppone un’utopia, e il solo aggrapparsi alla “coerenza” al proprio ateismo. Ad ogni modo Ernesto decide che il mattino seguente andrà a scuola a parlare con l’insegnante di Religione per chiedere dei chiarimenti.

Però intanto cominciano a delinearsi le vere motivazioni che spingono la sua famiglia a sostenere la causa di beatificazione di sua madre: quella cioè di recuperare il prestigio perduto, e ottenere una nuova visibilità nei salotti della nobiltà romana, dove si incontrano cardinali e arcigni nobili anticlericali, ammantati tutti da una nefasta e soffocante esteriorità, messa in evidenza dal contrasto creato dalla musica di Vinicio Capossela e la solenne canzone melodrammatica ed estatica che fa da cornice ad uno scenario lugubre. A tal ragione i suoi stessi fratelli si sono avvicinati alla fede non tanto per riallacciare un rapporto con Dio in un sincero cammino di conversione, tanto per sopperire alle loro squallide condizioni di vita, tra i quali Ettore (interpretato da Gigio Alberti), medico caduto in rovina, imputato per concorso in banda armata, che ottiene il reinserimento nell’albo e un posto in una clinica cattolica, e soprattutto una zia Maria (interpretata da Piera Degli Esposti), non credente e anticlericale, ma che punta la sua “assicurazione sulla vita” in una scommessa con l’eternità e su diversi protettori (“Perché senza un protettore, un padre, un padrino, un patrono, tu non sei nulla, qualunque padre, purché sia un padre. La massoneria, l’Opus Dei, l’Istituto Gramsci, la Famiglia Marchigiana, il Circolo della Caccia, i Terziari Francescani, l’associazione mutilati e orfani di guerra. Per ritrovare il padre la famiglia Picciafuoco deve conquistare un titolo, un titolo che le restituisca dignità, prestigio, riconoscibilità. Voi rischiate l’anonimato, il nulla. Questo titolo è la santificazione di tua madre”), e nello stesso tempo suggerisce ad Ernesto uno stile di vita dissoluto ed ipocrita (“Goditi un po’ di più la vita, invece di far tanto il moralista, fatti un’amante, impegna la tua coscienza sulle corna di tua moglie, e vedrai che non avrai più tempo per affliggerti“). Ѐ abbastanza evidente che il tutto ruota attorno ad una messa in scena patetica ed ipocrita, dove il solo interesse è il vile denaro, e a tal proposito viene pagato dalla sua famiglia un tale Filippo Argenti (nome preso dalla Divina Commedia), rozzo popolano che sostiene di essere stato miracolato dalla defunta genitrice. Non ci si spiega però perché il miracolato trascorra il suo tempo con le prostitute…

Il dialogo di Ernesto col cardinale Piumini in una mensa dei poveri è altrettanto centrale nell’economia dello svolgimento della trama. Da una parte il cardinale non è così sicuro delle circostanze che possano determinare il martirio della donna in esame, dall’altra Ernesto vi oppone la sua chiusura, chiosando con un perentorio “Non credo in Dio”, ma lasciando trasparire lo stesso spavento colto la sera prima da suo figlio. Il cardinale per intentare la causa di beatificazione comunque ha bisogno della confessione di Egidio, rinchiuso in una clinica, e che da tempo si rifiuta di parlare con chiunque. Il dialogo viene successivamente ripreso, con gli altri fratelli che cercano di persuadere Egidio a parlare, apportando tutta una serie di motivazioni grette e miranti al solo bieco interesse, ed Ernesto si rifiuta di partecipare a questa tragica pantomima. La scena culmina con un climax paradossale, con Egidio che sbotta in una serie di bestemmie urlate disperatamente, ed Ernesto lo abbraccia. Il gesto di amore e tenerezza che forse Egidio non ha mai ricevuto da nessuno, nemmeno da sua madre. Ed è con questa scena che si rende ancora più paradossale e assurda questa situazione, dove di sacro non c’è assolutamente nulla (non per niente la zia Maria aveva dapprincipio sostenuto che “bisognava inventare una santa che non esiste“), ma è con questa scena, culminata in un climax dissacrante che il regista vorrebbe forse dare la sua riposta alle domande (o ai postulati) citati alla prima riga. La religione per Bellocchio altro non è che l’apparato di un sistema che si sostiene sull’avido interesse e sull’esibizionismo della propria nullità. Alle domande scaturenti dal cuore umano, lui oppone la rigida e perentoria professione dell’ateismo, ma nello stesso tempo avverte che questo non basta. Non vi è una spiegazione plausibile ai misteri della vita in una posizione netta come quella di chi sostiene di non credere in Dio. Questo non basta… Esattamente come la poesia russa citata dall’insegnante di Religione nell’incontro a scuola con Ernesto. Non basta la bellezza, non basta la vita!

A differenza dallo stereotipo con cui Ernesto se la immaginava, gli appare una donna bellissima, pura, come una Madonna rinascimentale. Diana Sereni (interpretata da Chiara Conti) si presenta come l’insegnante di Religione di Leonardo (perlomeno Ernesto la crede tale), ed è affascinata dall’arte di Ernesto, ne apprezza i quadri, dove a suo modo di vedere, libera tutta la sua creatività negli spazi inutili e secondari. La bellezza va ricercata, e spesso si nasconde allo sguardo del mondo, e quindi bisogna fare attenzione, bisogna fare silenzio, e bisogna avere umiltà. Diana, con la sua purezza, la sua candida bellezza, diventa per Ernesto la proiezione di qualcosa che ancora si conserva, la visione della Grazia, in aperta antitesi con le strutture buie e grottesche della religione. Due facce della stessa medaglia? O anche lei l’illusione di ciò che non esiste?

Diana è bella, e quindi rappresenta l’esistenza della bellezza stessa. L’amore è quindi la professione più acuta dell’ateismo o l’essenza più vera del Cristianesimo? A queste domande Bellocchio pare non rispondere, o lo fa in modo totalmente prevenuto.

Va detto che la storia si regge su un assurdo assoluto, e che nella realtà non ci sarebbero minimamente i presupposti per sostenere una causa di beatificazione come quella presentata nel film. Egidio è affetto da una dichiarata infermità mentale, per cui ogni bestemmia e ogni peccato non è imputabile, proprio perché non ci sono i presupporti dell’azione morale, che dipende dall’oggetto scelto, dal fine che ci si prefigge o dall’intenzione, e dalle circostanze scelte dell’azione (art. 1750 del Catechismo della Chiesa Cattolica). Quando Egidio bestemmia non lo fa quindi per offendere Dio, ma perché le sue parole sono dettate da isterismi incontrollabili, e pertanto fuori dalla portata della sua volontà, e pertanto i tentativi della madre di dissuaderlo, che poi si rivelano scatenanti la sua ira, non possono essere intesi come buoni, ma in questo caso come peggiorativi di una situazione che forse meriterebbe un atteggiamento meno moralistico e più misericordioso. Forse Egidio aspetta da sua madre quell’abbraccio che non ha mai ricevuto, e non lezioni su cosa si può dire o non dire. Un “martirio” di questo tipo non può in nessun modo essere preso in considerazione nella realtà, proprio perché non sussiste. Questa rappresentazione quindi non può che essere la proiezione della visione del regista che vede nella religione un sistema coercitivo e punitivo, plasticamente riprodotto nelle scale sante, nei luoghi lugubri e oscuri, nei bambini tristi vestiti di nero che accompagnano vecchie nobili sedute sulle carrozzine. Un sistema che si regge unicamente sull’interesse e sull’illusione, che spinge al battesimo “a tradimento” che Irene somministra di notte a suo figlio Leonardo mentre sta dormendo. Non si vuole negare in questa sede che esistano realtà dove la religione è solo un apparato o poco più, ma nella sostanza, di fronte alle domande fondamentali della vita umana, il regista vi oppone tutta una serie di risposte che si articolano in un assurdo di un duello basato su un sorriso beffardo (la difesa dell’onore, l’unica cosa per la quale vale la pena di vivere, a detta del Conte Bulla), un architetto matto che vorrebbe distruggere il Vittoriano (la bellezza), e questa proiezione onirica dettata dall’insegnante di religione, bella e radiosa (la Grazia). La bellezza esiste. Ma alle domande del piccolo Leonardo non si risponde. Ad ogni modo resta coerente con sé stesso sottraendosi al proseguo della pantomima, disertando l’udienza dal Papa alla quale parteciperà compatta la sua famiglia col cardinale Piumini), e accompagnando suo figlio a scuola.

Nonostante queste posizioni molto critiche, L’ora di religione resta un film che induce a pensare, oltre che una delle opere maggiori del cinema italiano degli ultimi vent’anni. Nella sua presa di posizione, chiara e netta, il film non ha certezza da vendere, se non quella di evitare l’ipocrisia e la mediocrità. Manca di mostrare l’aspetto radioso della fede, che si rende esplicito nella più alta considerazione della libertà umana. Essere liberi significa amare, e chi ama non controlla. “Ama e fa ciò che vuoi”, sosteneva Sant’Agostino, e l’ora della fede è sempre l’ora dell’amore. “Dio è più grande del nostro cuore” (1 Gv 3,20), e di conseguenza più grande di qualsiasi congettura umana. E quindi il gesto finale di Ernesto è coerente, si. Ma coerente col suo essere padre, ed impedire che suo figlio venga travolto da quel mondo assurdo fatto di ipocrisie. Non è la stessa cosa che Dio fa con gli uomini? Ma per riconoscere la bellezza, appunto, bisogna saper guardare bene in tutti gli angoli della vita, spesso in quelli piccoli e apparentemente insignificanti, dove Lui ha liberato tutto il suo talento. Questo è quello che dice la bella e onirica insegnante di Religione. Questo è quello che la vita può mostrarci se si ritrova l’armonia col Creatore!

 

 

 

Ora_di_religione_-_locandina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *