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I temi sul dialogo intergenerazionale. Ecco che cosa i nonni hanno raccontato ai nipoti

Qui trovate tutti i racconti che i “nipoti” di Pineta Sacchetti hanno raccolto “intervistando” i loro nonni e poi interpretato durante la manifestazione “N’artro mondo a Pineta Sacchetti”.

Vi diamo solo un consiglio: leggeteli singolarmente, per cogliere “il centuplo” in e di ognuno, partendo dai giochi di una volta, ai sogni di adesso per capire il legame che c’è tra le nostre generazioni.

Grazie nonni

 

Mi chiamo Maria, ho 72 anni e sono nata a Salerno, il diciannove maggio del 1945, per mia fortuna io e la guerra non ci siamo incontrate. La mia famiglia non aveva problemi economici per cui non ho sofferto la fame come tante altre persone, figuratevi che per colazione mangiavo il ciambellone o il pane con la marmellata, a pranzo la mamma mi preparava i risotti, la pasta fatta in casa e le minestre, a merenda mi aspettava il pane con i pomodori, che mi preparavo da sola, mentre a cena solitamente c’erano il pesce con le verdure, la carne o molti legumi.

Da piccola, giocavo molto con le bambole, con le pentoline, ma organizzavamo anche dei giochi di gruppo come ad esempio Campana, Nascondino e i Quattro Cantoni. Avevo tantissimi amici e con alcuni ci vedevamo anche di sera per giocare, ma sempre a casa di qualcuno. Da adolescente, non mi sono mai fidanzata perché non mi interessava.
Ero molto brava a scuola e ci andavo molto volentieri. Mi svegliavo alle sette, perché la scuola era ad un chilometro da casa. Quando a scuola c’era la ricreazione, giocavo sia con le ragazze che con i ragazzi.
A quel tempo, si usava molto fare le feste a casa invitando gli amici più cari.
All’epoca il mio sogno era diventare infermiera, ma ho scelto di fare la pasticcera perché era una carriera più semplice da intraprendere e soprattutto perché ho sempre adorato fare torte, dolci e biscotti.

Se devo pensare a un’epoca che mi è tanto piaciuta sono stati sicuramente gli anni ’70.
Sono felice molto felice di quello che ho fatto durante la mia vita e per questo motivo non rimpiango nulla, anche se ho un po’ di nostalgia per la mia infanzia, per i giochi spensierati e per gli amici che avevo. Alcuni di loro li ho perduti, ma con tanti altri sono ancora in contatto. 

CHRIS CASTRA

 

 

 

Buonasera a tutti, mi chiamo Rina e ho 87 anni.

Quando ero una bambina abitavo a Bagnoli del Trigno, un paesino in Molise.

Tutte le mattine, o quasi, andavo a scuola. Le classi, fino alla quarta, erano composte soltanto da femmine, poi la V elementare  diventava una classe mista.

Mi piaceva andare a scuola, ma non ero molto brava: me la cavavo bene, ma qualche volta mi mettevano in castigo. Il castigo di solito consisteva nello stare in una stanza chiusi da soli in piedi. Mi ricordo un maestro di V elementare che per punizione ci picchiava sulle mani con un frustino di ulivo. Che dolore!!!!

La mia materia preferita  era religione e la  materia più odiata era storia.

La classe era molto numerosa, in prima elementare eravamo circa 35 bambine, ma strada facendo i bambini si disperdevano, perché molti andavano a lavorare in campagna, e quindi alla fine in V si univano maschi e femmine. Di tutte le compagne di classe le mie vere amiche erano 3, una di loro, Esterina, è ancora mia amica.

Con loro giocavo molto a saltare la corda, a campana e a “zompa cavallo”. Per chi non lo sapesse zompa cavallo è un gioco dove un bambino sta accovacciato e gli altri a turno devono saltargli sopra finché resiste.

Non ci stancavamo mai di giocare e soprattutto di saltare a corda, il mio gioco preferito. Partivamo con i primi salti dal Castello del paese e arrivavamo fino alla parte bassa.

Quando ero un po’ più grande con il nostro gruppetto di amici andavamo a ballare. Al paese non c’erano molti divertimenti e certo non esisteva la discoteca. Ci organizzavamo a turno per portare la radio a casa di qualcuno e si ballava tutti insieme.

La mia merenda era semplice, fatta da pane bagnato con acqua e un po’ di zucchero oppure la pizza di granturco.

Il pane per la mia famiglia era il cibo base e veniva preparato in casa. La  preparazione del pane partiva dalla semina, poi si mieteva, dopo si trebbiava  poi il grano veniva portato al mulino per farlo diventare farina, poi finalmente  la farina veniva impastata a casa per fare il pane che veniva cotto nel forno del paese che si trovava nella piazza principale. Oggi lo chiamereste pane biologico!

Ricordo che durante le festività “comandate” (Natale, Pasqua) i pranzi erano davvero speciali. Si preparavano le fettuccine fatte in casa  con uova fresche delle nostre galline e condite con sugo e salsicce! Ci si riuniva tutti insieme e si mangiava in allegria.

 

Riguardo i regali li ricevevo soltanto nelle occasioni importanti, come la Prima Comunione quando ricevetti un paio di orecchini d’oro dalla mia madrina e da mia nonna una collana. Quella collana era il simbolo di una tradizione di famiglia e si tramanda dalla nonna alla prima nipote femmina e anche io l’ho regalata alla mia prima nipote, Sonia.

Io ho vissuto la guerra e il mio paese è stato invaso dai Tedeschi prima della fine della guerra. E’ stato un periodo molto duro.

Il mio paese è stato bombardato pesantemente e anche parte della nostra casa è stata distrutta. Durante i bombardamenti ci nascondevamo tutti nelle cantine e stare insieme anche ai vicini e ai parenti aiutava ad avere meno paura. Durante la guerra tutta la famiglia era impegnata a nascondere gli animali in casa, in tane o in nascondigli molto riparati per fare in modo che i tedeschi non  potessero trovarli e prenderli. Gli animali erano importantissimi per il cibo. Un fatto grave che mi è rimasto particolarmente in in mente sin da quando ero piccola è quando i Tedeschi hanno trovato il nostro maiale e lo hanno rubato lasciandoci senza niente da mangiare per il futuro. Il destino però ha voluto che neanche i tedeschi riuscissero a mangiarlo perché dopo averlo preso sono arrivati gli americani e sono cominciati i bombardamenti e i tedeschi sono  dovuti scappare.

Il nostro maiale però non è stato riconsegnato e la grande delusione è che lo hanno mangiato dei compaesani pur sapendo che era nostro e che ne avevamo bisogno.

Come tutti i ragazzi anche io avevo dei sogni, forse molto semplici: volevo solo trovare un bel fidanzato, sposarmi e essere felice. Fortunatamente tutti sogni realizzati!

WILLIAM SULTAN

 

 

Ciao,mi chiamo Rita ed ho 71 anni.

Ormai sono passati molti anni dalla mia adolescenza e più passa il tempo più me ne dimentico,ma qualcosa dovrei ancora ricordarla,vediamo …

La mia adolescenza l’ho trascorsa in compagnia, perché la mia era una famiglia numerosa con molti fratelli.

Tutti i giorni io e le mie amiche uscivamo e ci incontravamo nei giardini vicino casa per parlare o giocare insieme. Poi verso le 7, tutti a casa per la cena e poi ci aspettavano i compiti.

Avevo tanti amici, ma non stringevo rapporti stretti con i ragazzi.

A quei tempi Non si andava spesso a casa delle amiche, tutti avevano una casa troppo piccola. Quando uscivo con le mie amiche mi portavo da casa come merenda, pane,olio,sale e pomodorini. Era buonissimo

A scuola ero molto brava in tutte le materie, tranne geografia ed aritmetica. Eccellevo in francese,arte,musica e geometria con una media di 9 o addirittura 10!!

Il mio gioco preferito mi ricordo che era una bambola in ceramica che mi avevano regalato i miei genitori, aveva capelli biondi ,le trecce, gli occhi azzurri intenso ed un vestitino blu bellissimo. La consideravo il mio portafortuna.

A quei tempi non erano moltissimi i regali che si potevano desiderare, perché nessuno aveva soldi da buttare. I classici regali che ricevevo erano vestiti, cosa che peraltro non mi dispiaceva affatto …

il tipico regalo che si riceveva per la festa dell’Epifania era pensate un po’ un mandarino. Vi sembrerà strano ma  quel pensiero così semplice rendeva felici tutti. sia i bambini sia gli adulti.

Mi ricordo anche che il mio più grande sogno era fare la cantante o l’attrice, infatti appena mi capitava uno specchio davanti non perdevo mai l’occasione per recitare scenette inventate da me oppure per cantare canzoni famose.

Io non ho vissuto la guerra, ma mio padre si: fu sequestrato per 3 anni perché lo avevano scambiato per ebreo, e quando se ne accorsero, lo misero a tagliare patate, grazie al cielo dopo 4 anni di prigionia lo riportarono a casa da me da mia madre e dai miei fratelli sano e salvo.

Purtroppo non ricordo altro, ma noto comunque il grandissimo cambiamento da quei tempi ad oggi.

 

ROBERTA GARGIULO

 

 Salve mi chiamo Assunta e ho 75 anni.

Sono nata nel Febbraio 1943, durante la guerra, ma questo non mi sconvolse, ero troppo piccola per accorgermi di quello che succedeva.

La mia infanzia si è svolta nel dopoguerra, non c’erano soldi né cibo, ma io stavo bene lo stesso, insieme ai miei amici e alla mia famiglia.
In estate passavo i pomeriggi a giocare a corda, alla cavallina o a nascondino. Le risate con i miei amici e soprattutto la merenda della mamma oggi mi mancano tanto.

La scuola non mi piaceva tanto. Stavo con le suore che mi obbligavano ad andare in chiesa. Ma dico la verità: mi è sempre piaciuto, forse è per questo che  ci sono rimasta in buoni rapporti.

A Natale non c’era Babbo Natale, ma Gesù bambino. Ricevevo vestiti e a volte bambole, ma la Befana mi portava il carbone vero, non quello dolce.

All’epoca sognavo di visitare tutto il mondo e per mia fortuna in parte l’ho fatto.

GABRIELE LORUSSO

 

Mi chiamo Anna, ho 72 anni e vivo a Napoli.

Ho trascorso la gran parte della mia adolescenza lavorando in una fabbrica di scarpe. Lavoravo dalle otto di mattina alle sette di sera, dal lunedì al sabato e a volte anche la domenica mattina fino alle due del pomeriggio.

Ho iniziato a lavorare molto giovane, a 12 anni, perché la mia famiglia era povera. Proprio per questo non sono potuta andare a scuola oltre la quinta elementare. Non essendo maggiorenne (allora si diventava maggiorenni a 21 anni) ho lavorato per molto tempo a nero. Non avendo un contratto, se lavoravo venivo pagata, se invece restavo a casa, per esempio perché ammalata, non venivo pagata.

Uno dei miei sogni era proprio quello di avere un lavoro migliore e di creare una famiglia con un uomo che avesse un buon lavoro.

Lavorando tutti i giorni non avevo molti amici; i miei unici amici erano i miei colleghi di fabbrica, con cui non andavo al pub, in pizzeria o in discoteca come oggi ma alle feste a casa di altre persone. In queste feste si parlava, si mangiava e si ballava con la musica della radio.

A quell’epoca non esistevano cellulari, videogiochi, e la televisione ce l’avevano solo le famiglie più ricche. Quando volevo vedere la televisione dovevo pagare 10 lire e insieme ad altri ragazzi andavo a casa delle famiglie o nei bar che avevano la televisione. Noi ragazze, però, non potevamo andare da sole in giro perché era considerato poco dignitoso.

Si viveva certamente in modo molto diverso rispetto ad oggi, con poca tecnologia, ma sicuramente le famiglie erano più unite e si parlava di più.

SARA ESPOSITO

 

 

Ciao a tutti mi chiamo Maurizio Stamigna. La mia adolescenza l’ho passata soprattutto nell’oratorio di San Giuseppe, giocando a pallone con i miei amici. Pensate che una volta mia madre mi aveva appena comprato un paio di scarpe nuove, io non volevo rovinarle, ma come potevo rinunciare alla mia solita partitella con gli amici? Quindi nascosi la spazzola e il lucido per le scarpe in un buco dell’oratorio e una volta finito di giocare li andai a riprendere per rimettere a nuovo le mie belle scarpe appena comprate … Un lavoro perfetto! Non se ne accorse nessuno!

Io da adolescente non avevo grandi progetti per il futuro: ero felice e spensierato così. Il mio gioco preferito era un cavallo di legno di nome Agnello, a cui ogni sera davo un pezzo di pane che poi mia mamma toglieva, senza farsi vedere da me.

Con i miei cugini mi piaceva tanto giocare a Monopoli. I miei amici più cari li ho conosciuti quando ho iniziato ad andare in bicicletta.

Il mio rapporto con la scuola non è stato dei migliori: tanto che ancora oggi la cosa che meglio mi ricordo delle elementari è quando il mio maestro Brunetti mi colpiva sulle mani con un righello di legno.

Con le ragazze andavo bene, al punto che tutti i miei amici mi invidiavano, poi incontrai mia moglie e da lì sono stato sempre con lei. Le feste del quartiere non c’ erano, quindi si organizzavano feste da ballo a casa, dove si facevano scherzi come al posto di portare le cotolette si portavano dei pezzi di cuoio impanati e poi fritti.

A Natale i regali non c’ erano, qualche volta c’ erano ma era più facile che mancassero.

LORENZO STAMIGNA

 

 

Ciao a tutti, sono Annunziata. Ho 73 anni e sono la nonna di cinque bellissimi nipotini. Sono nata e cresciuta a Salerno. Oggi vivo a Scalea, un piccolo paesino della Calabria, insieme a mio marito Vincenzo.

Non ci crederete, ma fin da piccola il mio sogno più grande è sempre stato diventare una casalinga. Pensate che ogni mattina prima di andare a scuola chiedevo alla mia mamma di lasciarmi qualche lavoretto di casa da svolgere al ritorno. Oggi posso dire che il mio sogno si è realizzato: sono una bravissima casalinga.

La scuola mi è sempre piaciuta e ci andavo volentieri. Anche all’epoca i ragazzi erano carini, ma la mia prima cotta l’ho avuta a 13 anni, quando stavo in seconda media.

Finite le lezioni, all’ora di pranzo, mi dirigevo verso casa con le mie due sorelline, che fame!, Ma prima di mangiare, guai a chi non faceva la preghiera.

Finito di pranzare, sparecchiavo e con le mie sorelle lavavamo i piatti. A loro non piaceva, ma a me sì: lavare i piatti era un’attività che mi rilassava, e mi rilassa tutt’ora.

A metà pomeriggio mamma mi dava la merenda, che di solito era pane e olive. Poi andavo a giocare con le mie amiche a campana oppure alla cavallina.

La vita in paese a quei tempi era semplice, ma anche molto divertente.

Il Natale certo non era come quello di oggi. I regali non c’erano, se eri fortunato potevi ricevere delle stoffe per fare i  vestiti. Ci mancava qualcosa? Mah, forse sì, ma non me ne sono mai accorta …

Oggi sono molto felice della mia vita, anche se ogni tanto penso con nostalgia a quando ero bambina, a mamma che mi dava la merenda e ai pomeriggi trascorsi con le mie amiche.

MARTA DE CARLO

 

 

Mi chiamo Maria, ho 84 anni e ho i capelli corti e grigi, gli occhi neri e un bastone che mi aiuta a camminare, per questa gamba che non ne vuole sapere di fare il suo dovere! Quando ero bambina, allora sì che correvano le mie “gambette svelte”! Mi ricordo di un gioco che facevamo insieme ai miei compagni, piantavamo un ramoscello di ulivo il più lontano possibile da noi e con un sasso, a turno, cercavamo di oltrepassarlo. Quanta felicità nelle nostre guance rosse e quanti sogni da realizzare.

FABIO LEOPARDI

 

 

Buongiorno mi chiamo Alba Gandesi   ho 91 anni quasi 92 se Diovuole, e oggi vi racconterò la mia infanzia.

Ero una bambina orfana perché mia mamma mi aveva abbandonato. A 10 anni mi prese in affido una signora senza marito, la quale tutti i giorni mi mandava  a lavorare, perché a quei tempi a 10 anni già non si giocava più, si aveva l’età per andare sulle colline a prendere la legna per il fuoco e l’erba per la pecora – di cui adesso non ricordo il nome – per andare già al fiume a lavare i vestiti o a prendere l’acqua.

Ogni tanto però, finito di lavorare, giocavamo anche un po’ a corda, campana e saltino. Io giocavo solo con le femmine con i maschi giocare era una cosa molto strana.

All’epoca io non avevo sogni, come vi ho detto, pensavo solo a lavorare. A natale non si riceveva niente, ma poi quando arrivava la befana mandarini per tutti.

Una volta cresciuta mi innamorai di un ragazzo. Purtroppo non ci potemmo sposare, a quei tempi non si decideva nulla, nemmeno il marito. Fu così che fui costretta a sposarmi a 17 anni con Ugo. Il mio fidanzato partì per la guerra disperato e lì morì.

MASSIMO GIBERTINI

 

 

Mi chiamo Angela, ho 69 anni e qualche anno fa anch’io sono stata ragazzina. Sono cresciuta in un piccolo paese della Calabria, San Pietro a Maida. Ricordo di aver trascorso un’infanzia spensierata in campagna nella fattoria di mia nonna, che mi amava moltissimo. Invece nell’adolescenza avevo già le responsabilità di un adulto; insomma ero una donna in miniatura. La mattina frequentavo la scuola, mentre il pomeriggio andavo a ricamare dalle suore. Lì passavo il tempo con le mie amiche a ricamare, a cantare o a leggere. In quel periodo ho anche cresciuto mio fratello che era più piccolo di me. Oltre a dedicarmi a mio fratello, avevo la responsabilità della casa e della cucina perché i miei genitori lavoravano in campagna tutto il giorno. Non c’era tempo da dedicare ai giochi, i giochi appartenevano all’infanzia. Ho frequentato volentieri la scuola fino alla terza media e mi sarebbe piaciuto continuare a studiare, ma a quei tempi erano i genitori a decidere il tuo destino. Sognavo che da grande sarei diventata un’infermiera, però i miei genitori non volevano che io studiassi ma che mi fidanzassi e sposassi presto. Se avevo bisogno di confidarmi con qualcuno della famiglia il più affidabile era mio padre, un uomo severo ma comprensivo. Mi confidavo anche con le mie amiche, in particolare con la mia amica del cuore, che era la mia compagna di banco. Con lei dividevo spesso la mia merenda, che consisteva in pane e salame o pane e frittata, qualche volta invece si trattava di un cioccolatino. Anche se avevo molte amiche non potevo uscire con loro per andare al cinema o semplicemente fare una passeggiata, perché i genitori non lo permettevano. Non potevo fermarmi a chiacchierare con amici maschi o con i miei cugini, perché era considerato sconveniente ma io lo facevo lo stesso, secondo me non c’era niente di male! Durante l’adolescenza mi sono fidanzata con un bellissimo ragazzo dagli occhi verdi, di nome Gregorio, che poi sarebbe diventato mio marito. Probabilmente sono stati proprio quegli occhi a farmi innamorare di lui, perché durante il fidanzamento le occasioni per stare da soli non ci sono state. Infatti quando Gregorio mi veniva a trovare mia madre era sempre presente e controllava la situazione come un’aquila! Come vedete, le emozioni e i sogni di una ragazza adolescente di qualche anno fa sono gli stessi di quelli dei ragazzi di oggi, mancava però la possibilità e la libertà di realizzarli. A tutti gli adolescenti di oggi voglio suggerire di non sprecare i sogni e la libertà che questa bella età offre!

 

EMMA SGUEGLIA

 

Buongiorno a tutti mi chiamo Marisa Petrilli Sono nata nel 1946. La mia infanzia è stata come quella di tanti: la mattina biscotto con latte, poi la scuola e a tavola minestra o a volte pane olio e sale.

Nella mia infanzia il pomeriggio si scendeva in piazza e si giocava a corda, a campana o a  doppia corda con le amiche e poi chi aveva i fratelli se li doveva  portare giù, perché non si stava divisi come adesso ma si stava Tutti insieme appassionatamente. A me la scuola piaceva molto, le materie che mi piacevano di più erano: storia, scienze e arte. Nella mia classe io ero la più brava in arte, ricordo che in quinta elementare durante l’esame, la maestra mi mise all’ultimo banco per fare i disegni a tutti i miei compagni. Ne feci talmente tanti e tutti bellissimi, tanto che alla fine fui io a rimanere senza idee e mi misi a disegnare  due cerase.

A volte di sera tornata  da scuola mi mettevo sul mio balconcino con l’unico giocattolo che avevo, ovvero una piccola bambola di pezza fatta da mia madre e pensavo che anche se non eravamo molto ricchi io ero comunque tanto felice. Diventata più grande, andai subito a lavorare, iniziai facendo la parrucchiera, poi andai a lavorare in una lavanderia e in un laboratorio per il vetro soffiato. Lavorai anche al Bambin Gesù con i bambini piccoli, ma non mi piaceva molto perché io li dovevo sorreggere mentre facevano il vaccino, che tristezza tutti quei pianti! In seguito mi presero come babysitter per dei bambini del palazzo. E fu proprio nel mio palazzo che ho trovato il mio unico amore Alberto Negri con cui sono sposata da 50 anni.

Un tema che mi ha sempre intristito è quello della guerra: ci ho perso mio zio e mio nonno, fortunatamente la persona più importante per me, il mio papà, si salvo, sia pure  con un braccio di meno.
CELESTE SCHIAVON

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