editoriali

Tratto da una storia vera ai tempi del coronavirus

Questa storia è vera, anche se sembra inventata, tanto pare una rappresentazione icastica della realtà.

Conosco una signora anziana ma molto vitale che era un po’ l’animatrice del palazzo; chiacchierava con tutti, promuoveva iniziative, spargeva notizie e buonumore. Ha avuto dei problemi di salute e solo una terapeuta, a domicilio, sembrava riuscire ad aiutarla. Da marzo però l’operatrice aveva smesso di andare a casa della signora, a causa del virus. Alla fine dell’estate l’ha ottenuta di nuovo, ma dopo poco la terapeuta è stata investita sul marciapiede con un monopattino, da una persona così piena di senso civico da non inquinare, ma non abbastanza da fermarsi a soccorrerla e a risarcirla. Fine della storia (vera ripeto).

Mi sembra che sia l’immagine del cul de sac nel quale siamo finiti. Proteggere le persone dal virus non può essere l’unico modo di curarci della salute di tutti. A pagare il prezzo più alto di questa situazione sono i deboli, non solo gli anziani che stanno rapidamente decadendo, nella solitudine, ma anche i ragazzini che vivono in famiglie problematiche, o con poche possibilità economiche, magari con spazi ristretti, e poche relazioni.

Conosco così tante storie, che non posso raccontare… In una situazione normale, se la famiglia nucleare ha delle fragilità, anche grazie alla demolizione sistematica che ha subito in questi decenni, i ragazzi possono trovare consolazione, appoggio, conforto nelle amicizie e in altre relazioni buone fuori dal nucleo ristretto. Ma ormai è un anno che queste relazioni sono loro negate.

Anche questo è parte di una vita sana, anche occuparci di questo sarebbe cura della salute, soprattutto perché parliamo di una categoria che non è colpita dal virus, e invece è fortissimamente impoverita – culturalmente, umanamente, sanitariamente, e professionalmente – dalla tutela contro una minaccia che non la riguarda.

Costanza Miriano

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